domenica 26 aprile 2015

Naufragio migranti: un Paese a civiltà sospesa che odia perfino i morti


Per tutto ciò che sto per dire contro il Paese carogna che sembra diventato in questi giorni l’Italia, ci sono tre eccezioni: Emma Bonino che ha detto da sola le sole cose che una persona adulta (prima ancora che politica) avrebbe dovuto dire davanti alla tragedia delle centinaia di morti in mare. Walter Veltroni che – giudicatelo come volete – ha fatto un film buono e di sentimenti normali, in mezzo a un vortice di furore cattivo e stupido. E poi il Papa che come accade sempre, è solo nel tentare di far tornare un minimo di buon senso, se non di fraternità nella testa e nel cuore di chi lo ascolta.
Questo è un Paese spaccato su tutto, dunque anche sul film di Veltroni I bambini sanno, fra chi lo approva anche solo perché i bambini sono carini, e chi ne dice male anche solo perché è un film di Veltroni. Ma il film ha fatto centro (come le parole della Bonino e del Papa) in un momento strano e stravolto della vita italiana. In poche ore è accaduto qualcosa che ha cambiato l’umore del Paese. Una tremenda disgrazia in mare (errore dello scafista? Errore del mercantile accorso, una vampata di panico dei disperati migranti stipati nel barcone, in parte storditi dal freddo sul ponte, in parte abbattuti dal caldo nauseante della stiva?), la barca da soccorrere si è rovesciata e quasi tutti (forse 800, uomini e donne, e c’erano anche 50 bambini) sono scivolati in fondo al mare, dove è impossibile trovare persino i corpi. In quel momento è esplosa in Italia una rabbia feroce, una cattiveria che ha perso ogni appartenenza politica e ogni limite. Un vero impeto di violenza, repulsione, rigetto, presa di distanza non contro i persecutori o la guerra. No, contro le vittime, divenute di colpo colpevoli. Queste e quelle che verranno. Non so se un fatto simile sia mai avvenuto. Ma proprio mentre i migranti abbandonati per risparmiare sull’operazione Mare Nostrum sono affogati (come era stato predetto da chi aveva implorato “non fatelo!”) i nostri concittadini hanno cominciato a odiare non l’abolizione dei soccorsi, non il risparmio che equivale (si sapeva, dato il grandissimo numero di salvati) a una serie di condanne capitali. Ha cominciato a odiare i morti, come nelle esecuzioni medievali, in cui la folla urlava insulti al condannato, di cui non sapeva nulla, fino al patibolo.
Per una ragione che forse neppure gli esperti di psichiatria e di comportamenti di massa ha ancora decifrato, la questione “troppi morti in mare”, che avrebbe dovuto portare, almeno nei comportamenti pubblici, lutto, dolore, partecipazione, cordoglio, ha istantaneamente creato tre curve di ultras. Nella prima si chiedeva di creare delle tendopoli “sul posto”, diciamo dalla Somalia alla Libia, impedendo ai fuggiaschi di diventare invasori, inchiodandoli al loro disperato Paese (“è li che bisogna aiutarli”). La seconda, in piedi e scalmanata, avvertiva che i migranti già pronti a venire e già schierati in spiaggia con i bagagli, erano più di un milione (più di un milione!) e avrebbero portato, oltre l’ingente ingombro fisico, le loro malattie (scegliere fra tubercolosi, ebola, scabbia) e il terrorismo. Dunque un danno spaventoso a noi, alla Sindone, all’Expo e alle nostre opere d’arte. La terza ha urlato e continua a urlare la nuova idea: bombardare. Con alcune variazioni: la Libia, i porti, le barche prima che partano.
La ragione che non ha diffuso subito il panico è che siamo governati con fermezza anche un po’ brutale ma efficace, da un “uomo solo al comando” che discute poco, decide subito, ha i suoi consiglieri (anche se non li conosciamo tutti) e dunque eravamo in attesa di vedere, e un po’ anche di ammirare lo scarto fra idee folli da sottocultura Lega Nord-Casa Pound, e un modo serio di fare politica. Prima di tutto, per esempio, esigere la partecipazione al dramma del resto d’Europa. Purtroppo si sono verificati alcuni problemi, alcuni noti a tutti (come la imbarazzante mancanza di autorevolezza della Mogherini, l’Alto Commissario e la vicepresidente d’Europa, come la mancanza di attenzione di un buon numero di governi europei per il governo italiano, ovvero chi poteva non venire non è venuto, e chi è venuto non ha mosso un dito).
E poi nessuno si aspettava che il giovane e nuovo Renzi portasse, come patrimonio della strategia italiana, il programma elettorale di Salvini: il problema non sono i morti, che non richiedono neppure la fatica del seppellimento o lo spazio di un cimitero. Il problema sono i migranti vivi, che non devono arrivare. Il problema dei migranti si risolve stroncando i viaggi (ovvero privarli di una libertà fondamentale) e bloccando il mare, che è una permanente operazione di guerra. Più facile, perché suddiviso in episodi necessari, bombardare la Libia, i porti, le barche. L’idea è comunque il mare chiuso e la sospensione della civiltà. Ovviamente il costo è molto più alto dell’operazione “Mare Nostrum” e certo, nel loro silenzio scettico, i tre annoiati compagni di tavolo di Renzi ci avranno pensato.
E infatti non hanno detto né deciso niente. Ma alla fine, anche per invitare Renzi a concludere, i tre annoiati compagni di “seminario sui morti”, che devono restare morti, nel senso di non far niente per salvare i prossimi, (Francia, Germania, Regno Unito) hanno dato un mandato curioso alla Mogherini: vada in Libia a sondare gli umori tra le varie fazioni, per vedere se vogliono essere bombardati. Francamente non si può non provare solidarietà per questa inadeguata ma volonterosa persona spinta dove non può andare e disperatamente messa alla prova (credo anche con cattiveria) per ciò che non può fare. Ma questa è la nostra politica estera al momento. Ah, ed essere informati mesi dopo della morte in Afghanistan, causa drone male addestrato, di un “coadiuvante” italiano rapito tre anni fa e, per quanto se ne sa, mai cercato.

sabato 25 aprile 2015

La guerra dei droni



È straordinario come basti che un qualsiasi politico appena più garrulo del solito pronunci la parola magica che in televisione, sui giornali, su Internet si scateni la canea dei ripetitori impenitenti e purtroppo impuniti. Impuniti perché il ripetitore seriale di ovvietà o di stupidaggini genera a sua volta una valanga di imitatori, uno peggiore dell’altro. E alla fine nessuno sa chi abbia iniziato e tutti seguono come i famosi topi del pifferaio di Hamelin. Con questa storia delle barche che portano ondate di disperati in fuga c’è solo l’imbarazzo della scelta delle parole sbagliate e inutili o usate a vanvera, ma blocco navale e drone battono tutte. Con drone che vince di gran lunga sia nelle preferenze dei ripetitori seriali che nell’entità delle stupidaggini che riesce a generare.
Naturalmente il novanta per cento di chi dice drone non sa di cosa parla. A cominciare dalla parola stessa che ormai è stata acquisita nel linguaggio comune dell’englitaliano per cui si legge “drone” come è scritto e diventa “droni” al plurale. Ce ne faremo una ragione, anche se riesce ancora difficile capire perché una lingua come la nostra che ha 183.594 parole registrate nel Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia (senza contare quelle contenute negli aggiornamenti del 2004 e del 2009) debba andare a farsene prestare di nuove dagli inglesi che nel loro Oxford English Dictionary  ne registrano “appena” 171.476.
Comunque. Nel racconto fantastico di politici arruffoni e giornalisti approssimativi il drone, assurto a feticcio, ha due caratteristiche: può fare tutto ma soprattutto è invincibile e non sbaglia un colpo.
Ci sono cento barconi da distruggere? Zack, zack e bi-zack. Pulvis es et in pulverem reverteris.
Naturalmente chi ci fornisca i mitici droni non si sa. L’Italia, che è uno dei primi e maggiori operatori europei di Uav (Unmanned Aerial Vehicles) o Apr (Aeromobili a pilotaggio remoto) nella vulgata italiana, ne ha dodici rigorosamente disarmati non perché siamo pacifisti (che stupidaggine!) ma perché gli americani non ci danno il permesso di montarvi le armi. Gli inglesi lo possono fare, noi no. Essere alleati dà dei vantaggi che non sono necessariamente estesi ai maggiordomi anche se li fanno accomodare nello studio ovale e gli si rivolgono con un confidenziale “Matteo”.
Ma ammettiamo per un momento di averle queste armi. Parliamo dei missili Hellfire, nati come controcarri lanciati da elicottero, hanno trovato una seconda vita riciclati come cancellatori di alqaedisti/jihaddisti da bordo degli Uav americani e inglesi. Se li avessimo e li potessimo sparare contro i barconi si porrebbe subito un bel problema. Quanti ce ne vogliono? Quanto ci costerebbero? Ammettendo che ogni tiro sia un centro (neppure Guglielmo Tell sarebbe sicuro di fare cento centri con cento colpi) parliamo di decine, forse centinaia di missili. Barconi, barchette, gommoni, pescherecci: ne salpano decine al giorno e non solo dalla Libia. E ogni missile costa quasi 6700 dollari, non proprio bruscolini. E quanto tempo impiegheremmo per fare piazza pulita di ogni possibile bersaglio? Mesi, forse, considerando che un Apr armato porta al massimo 2 o 4 missili. E nel frattempo, in attesa della soluzione finale per i barconi, se la genialissima idea di usare i droni come li chiamano, passasse, cosa dovremmo fare? Chiedere ai trasportatori di astenersi? Di non procurarsi nuove barche? Ditecelo per favore. Siamo curiosi.
Costose, ma senza rischi, le missioni. Dicono. Nessun pilota andrà perso o catturato. Loro stanno seduti a qualche migliaio o centinaio di chilometri. Gli italiani sono nella base “Luigi Rovelli” di Amendola a due passi dal Gargano e a un tiro di schioppo dalle spiagge dell’Adriatico. Sembra un videogioco, come racconta qualche rara testimonianza di chi vi ha operato, e come tutti i videogame la realtà non è fisica, è virtuale, è una telecamera che rimanda immagini più o meno nitide. È come in tutti i videogiochi chi spara non sbaglia mai. Almeno questo è quello che ci raccontano: laser, satelliti, telecamere che vedono di notte e di giorno tutto parla di un’invincibile precisione. Peccato che il punto di vista di quelli che stanno dall’altra parte del missile non sia esattamente lo stesso. Senza citare il povero Lo Porto ammazzato non dai suoi rapitori ma da un missile dei suoi liberatori putativi, i morti “collaterali” fatti dai velivoli a pilotaggio remoto americani in questi anni sono stati centinaia, forse migliaia. Un articolo apparso qualche mese fa sul britannico Guardian che cita dati di Reprieve, un’organizzazione inglese di difesa dei diritti umani, rivela come per eliminare appena 41 “bersagli” distribuiti tra Yemen e Pakistan, gli Apr americani abbiano lanciato centinaia di missili uccidendo 1147 civili, comprese donne e bambini. Quasi 29 ammazzati per ogni presunto terrorista. Ad esempio, per uccidere il capo talebano Baitullah Mehsud sono servite sette missioni e sono state uccise 164 persone, oltre al bersaglio. Per Qari Hussain, ucciso il 7 ottobre 2010, sono stati necessari 6 bombardamenti e 128 morti. Naturalmente una parte dei 41 “bersagli” è ancora viva e vegeta nonostante gli attacchi. Ayman al-Zawahiri, attuale capo di al Qaeda, è vivo nonostante almeno due attacchi con i droni e 105 “collaterali” uccisi. Oppure Nasser Abdel Karim al Wuhayshi, leader della stessa al Qaida nello Yemen, che è stato preso di mira due volte inutilmente ma uccidendo in compenso altre 38 persone. Tanto per confermare la precisione e l’affidabilità dei droni.
Sono tanti i fattori che impattano sulla precisione e efficacia degli Apr. L’intelligence, in primis. Difficile essere certi di che cosa si trovi qualche chilometro più in basso se ci si affida solo alle telecamere o alle intercettazioni radio. Ancora più difficile se chi lancia i missili sta a settemila chilometri di distanza, come nel caso dei piloti americani. Dirigono le loro armi dalla Creech Air Force Base nel deserto del Nevada vicino Las Vegas. Qui si trovano il 432nd e il 732nd Operations Group da cui dipendono tutti gli Apr statunitensi. E da qui operano anche i piloti del 39 Squadron della Raf britannica che controllano i droni armati Reaper. Essere così lontani dall’aereo che si controlla comporta anche non pochi problemi di coordinamento. Un comando impiega alcuni secondi ad arrivare all’aereo e viceversa. Il segnale, che passa su un satellite, deve viaggiare per 72mila chilometri. L’effetto è quello di certe dirette tv, con silenzi lunghissimi tra domanda e risposta. Immaginate la pausa applicata ad un obiettivo che magari è in movimento. Quando il missile arriva il bersaglio è già altrove. Chi ammazzerà il missile?
E comunque la favoletta della guerra a distanza pulita è una pura e semplice storia fabbricata per intossicare l’opinione pubblica e farle credere che ci possano essere delle buone uccisioni, dei Good Kill come si intitola il film di Andrew Niccol che racconta le giornate di questi uomini nell’ombra. E come vi potrà confermare Raymond Bryant, un operatore americano di droni che dopo oltre 1600 missioni di morte è stato congedato con un Ptsd (disturbo post traumatico da stress), una sindrome psichiatrica che di solito colpisce i combattenti. Ma reale o virtuale, per il cervello l’immagine della morte si sovrappone. E per chi si trova al centro del reticolo di mira, la morte ha lo stesso odore che sia sporca o pulita.

venerdì 24 aprile 2015

La "Disunione Europea"



Se i 10 punti del piano-Ue per fronteggiare le stragi del Mediterraneo, fossero stati davvero risolutivi, potete giurarci: sarebbero già stati operativi. Il problema invece è un altro: l’Euro-blob istituzionale ha deciso, tanto per cambiare, di non decidere. Triton non si tocca e la questione dei richiedenti asilo è solo di ordine pubblico e di controllo delle frontiere esterne; poi, le domande d’asilo dovranno essere valutate più in fretta, e per tutti, dai doganieri del solito sud Europa di Italia, Grecia e Spagna; infine bisogna distruggere le navi degli scafisti, bloccare i migranti all’altezza del Niger. E magari, suggerisce Renzi, anche intervenire militarmente in Libia. Un bel capolavoro: siamo di fronte alla più grave crisi umanitaria dal dopoguerra e le cancellerie d’Europa che dicono? “Tranquilli, ci pensiamo noi a piombare le fessure della fortezza” ma senza dire una parola sul disastro umanitario, sulle vite spezzate, sul sangue che ha sporcato il Mediterraneo; per quelle basta il minuto di silenzio.
E invece il problema sono proprio gli Stati, ostaggio di opportunismi e stupidologia istituzionale. Volete due esempi? Regno Unito: sì agli aiuti, no ai migranti. Tanto l’agenda della campagna elettorale la detta Farage ed i richiedenti asilo non portano un voto (al massimo ne fanno perdere) e poi c’è l’Olanda, messa in scacco da 160, dico 160, richiedenti asilo. Il governo lib-lab c’è quasi caduto per decidere se è violazione dei diritti umani o meno, dare un pasto ed una doccia a gente senza documenti. Poi ha deciso: aiuti solo a chi se ne va. E tante grazie dal mercato di uomini, che fiorente fa affari d’oro dal Baltico al Mediterraneo: libera circolazione di schiavi, questi ultimi, cornuti (per tutto il denaro che sborsano per arrivare in Europa) e mazziati (perché le loro sorti sono condizionate dal calcolo di illustri statisti del calibro di Farage, Salvini, Wilders, Le Pen etc.).
Fino al 2008, gli sbarchi rappresentavano solo il 12% degli arrivi via mare e per quanto il numero di sbarchi sia da allora raddoppiato in cifre assolute, parliamo pur sempre di piccole percentuali. Questo vuol dire che una normativa chiara e ragionevole, avrebbe evitato tragedie e la tratta di esseri umani. E invece ci troviamo con Fabrice Leggeri, capo di Frontex che dice “salvare i migranti non è una nostra priorità”. Probabilmente manca di tatto ma non ha tutti i torti: l’agenzia fa ciò che la politica dice di fare. E la politica non vuole sporcarsi le mani con i rifugiati, convinta che respingimenti e blocchi navali, filo spinato di mare insomma, a difesa dell’euro-bunker servano a dimenticare ciò che accade, quasi a vista, a sud delle nostre coste.
Su questo dimostrano di non aver capito nulla: nessuno fermerà chi scappa da fame e conflitti, nessuno. Non ci riusciranno le schifezze scritte (in orario d’ufficio) dai nazi-zombie senz’anima, senza cervello e senza cuore che pendono dalle labbra del Salvini di turno, non ci riusciranno leggi draconiane e non ci riuscirà nessuna nave con licenza di respingere. Quelli che si imbarcano in Libia hanno attraversato deserti, montagne, paludi e foreste, sono stati picchiati, derubati, torturati; hanno rischiato il tifo ed ogni genere di malattia gastro-intestinale per aver mangiato cibo avariato o bevuto acqua non potabile e stipati come bestie, sono saliti su una carretta con il rischio di non scendere vivi; con questa gente, nella stragrande maggioranza dei casi inerme e vulnerabile, se la prende Salvini schiumante di rabbia e l’euro-burocrazia delle chiacchiere a vuoto, senza rendersi conto che la tragedia dei richiedenti asilo del Mediterraneo è un conto che la storia sta presentando alla vecchia Europa. Un conto che, prima o poi, dovremo pagare.



giovedì 23 aprile 2015

La rivoluzione del divorzio breve



Il divorzio breve è legge e sarà operativo anche per i procedimenti in corso. L’aula della Camera ha approvato in seconda lettura e in via definitiva il disegno di legge che è ora pronto per essere pubblicato sulla Gazzetta ufficiale e diventare legge. I voti favorevoli sono stati 398, i contrari 28, gli astenuti 6. A votare a favore insieme alla maggioranza sono stati anche Forza Italia – che ha sottolineato di avere lasciato libertà di scelta ai singoli deputati – Sel, Alternativa libera, Movimento 5 stelle. La Lega Nord, che si è invece dichiarata contraria, ha lasciato libertà di coscienza.
Dopo il sì del Senato, anche la Camera si è quindi espressa favorevolmente. Il ddl approvato prevede che per le richieste di divorzio “consensuale” serviranno 6 mesi, mentre lo scioglimento del matrimonio con ricorso al giudice necessiterà di un anno rispetto ai 3 fino ad ora necessari. Tra le novità la decorrenza del tempo: non partirà dalla prima udienza di fronte al presidente del tribunale, ma dal deposito della domanda di divorzio. Nuove indicazioni anche sull’affidamento dei figli e il loro mantenimento: la sentenza del giudice varrà anche dopo l’estinzione del processo, fino alla sostituzione da un altro provvedimento emesso per ricorso. Sono previste modifiche anche sul fronte della separazione dei beni. Il ddl prevede che la comunione venga meno già nel momento in cui il giudice autorizza la coppia a vivere separata. Il divorzio breve, come già menzionato, sarà operativo anche per i procedimenti in corso.
La proposta di legge sul divorzio breve era all’esame del Parlamento da quasi due anni. Durante il passaggio al Senato, dopo un lungo dibattito durato più di 7 ore, è stata stralciata la norma sul “divorzio lampo“ introdotta durante il passaggio in commissione Giustizia. La procedura di divorzio immediato, se approvata, avrebbe consentito di ottenere il divorzio in 6 mesi, a patto che la richiesta di separazione fosse stata consensuale e a condizione che i due coniugi non avessero avuto figli minori, figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave o figli di età inferiore ai 26 anni economicamente non autosufficienti. La relatrice del ddl al Senato, Rosanna Filippin (Pd), ha intenzione di riproporre il divorzio diretto in una legge a sé.
Alessia Morani (Pd), relatrice del ddl sul divorzio breve, ha espresso la sua soddisfazione su Twitter: “Il divorzio breve è legge. L’avevamo detto, l’abbiamo fatto. Questo Paese lo cambiamo davvero #cosefatte #cosegiuste #lavoltabuona”. Anche Luca D’Alessandro, co-relatore con Alessia Morani, ha commentato sul social: “Il divorzio è breve! Approvata definitivamente la legge. La politica dei fatti e non delle parole”. Matteo Renzi ha twittato: “Il #divorziobreve è legge. Un altro impegno mantenuto. Avanti, è #lavoltabuona”. Il Pd è soddisfatto del risultato e Barbara Pollastrini ha scritto in una nota: “Il divorzio breve è legge dello Stato! Un passo importante nella civiltà del diritto, per il rispetto delle persone e della cultura del Paese”.  Area popolare si è espressa positivamente sulla legge e Dorina Bianchi ha specificato in aula: “Ridurre i tempi per il divorzio è un atto importante, perché risponde in modo adeguato ad una richiesta della nostra società”. Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, non è stata dello stesso parere: “Voto contro il ddl sul divorzio breve: no al matrimonio usa e getta soprattutto in presenza di figli. I bambini non sono un dettaglio: vanno tutelati sempre”. Anna Finocchiaro, presidente della commissione Affari Costituzionali, ha commentato: “Non è una scelta di leggerezza ma una scelta di responsabilità. Il divorzio breve è dunque una pagina di civiltà che ci incoraggia a proseguire sul cammino delle riforme che riguardano i diritti delle persone”. Giuseppe Marinello, presidente della commissione Ambiente del Senato (Ap) ha usato parole dure: “Con il divorzio breve il Parlamento oggi ha delegittimato e banalizzato il matrimonio tra uomo e donna, quasi rendendolo ridicolo. Se questa è civiltà, non posso che prendere le distanze da un provvedimento di legge di cui mi vergogno come parlamentare e come senatore del Nuovo Centrodestra”.
Famiglia Cristiana ha per ora commentato sul proprio sito la nuova legge sul divorzio breve: “Il Parlamento ha offerto una prova di forza trasversale a danno, ancora una volta, della famiglia. Ridurre il matrimonio a qualcosa di sempre più simile a un patto elastico di convivenza, che si può sciogliere in brevissimo tempo e con estrema facilità, è un pericolo per tutti a cominciare dai figli, le vere vittime di questi casi. A parole tutti i politici affermano di voler difendere la famiglia ma purtroppo si legifera in senso esattamente contrario come dimostra questa riforma”.

mercoledì 22 aprile 2015

La strategia di Renzi



C'è ansia nelle segreterie dei partiti per capire quali saranno le prossime mosse del Presidente del Consiglio. La sostituzione avvenuta ieri all'interno della Commissione Affari Costituzionali della Camera dei dieci "dissidenti" della minoranza PD, ha provocato una reazione violenta da parte delle opposizioni. Probabilmente non ci sono precedenti nella storia repubblicana del nostro paese. Neppure Berlusconi, durante il suo ventennio di potere, si era mai spinto a tanto. Ad onor del vero, c'è da dire che, non solo nel partito di Berlusconi, ma in un tutto il centrodestra, non c'è mai stata alcuna minoranza. Le truppe cammellate del Cavaliere sono sempre state fedeli e nessuno si è mai permesso di uscire fuori dal coro contestando il verbum del Capo.
Renzi ormai sta puntando dritto al voto in aula, dove potrebbe esserci la conta, una sorta di Armageddon finale che deciderà non solo le sorti dell'attuale governo, ma molto probabilmente anche quelle della legislatura.
E' lecito ora chiedersi fino a che punto sono disposti a spingersi Bersani e compagni.
Renzi ormai non può più tornare indietro. Il tempo dei ripensamenti è scaduto. Non accoglierà le richieste della minoranza per due motivi: primo ormai è tardi e l'uomo "mediatico" Renzi non può permettersi gesti di debolezza o di improvvisi dietrofront dell'ultimo momento; secondo Renzi ha bisogno di portare a casa la legge elettorale per rafforzare ulteriormente la sua leadership e dimostrare agli scettici che il suo è veramente "il governo del fare" e delle riforme.
Cosa farà quindi la minoranza? Porterà fino in fondo le sue minacce facendo cadere il governo?
Non credo. Bersani e compagni sono consapevoli che assumersi la responsabilità di far cadere un governo guidato dal loro leader avrebbe un effetto devastante sulla base. Inoltre sanno perfettamente che in caso di elezioni anticipate, la schiacciante maggioranza renziana all'interno dell'Assemblea del PD imporrà candidature "amiche". La minoranza rischierebbe di dissolversi. Bersani, Cuperlo, Civati probabilmente andrebbero a casa.
Anche in caso di voto segreto, io credo che la legge passerebbe. In questo momento anche il centrodestra è lacerato da polemiche interne, da divisioni intestine tra le sue varie componenti e non ha alcun interesse ad andare ora al voto in queste condizioni.
Senza considerare tutti i peones che non hanno nessuna intenzione di mollare ora la propria poltrona.
Ma uno come Razzi chi lo candiderebbe in una eventuale nuova tornata elettorale?
E quindi allora, cosa accadrà? Io credo che l'Italicum verrà approvato senza modifiche, lasciando però morti e feriti.
E sarà a quel punto che la minoranza PD dovrà decidere se sancire la propria inutilità o dare vita a un nuovo soggetto politico.
Ormai deve farsi una ragione del fatto che nel PD di Renzi non c'è più posto per i postcomunisti nostalgici di occhettiana memoria.
  

lunedì 20 aprile 2015

Il Mediterraneo, campo di sterminio di massa



Sabato nel centro del paese c'erano bambini lampedusani che giocavano a calcio con i profughi, ridevano e scherzavano, mentre nella chiesa i volontari stavano dando vestiti alle persone che erano venute dal mare. Si è visto le donne di quest'isola, messa al fronte dall'indifferenza europea, fare qualcosa di straordinario nella sua semplicità. Riuscire a regalare sorrisi e abbracci nel percorso di queste persone, svuotare i loro armadi e dare quello che potevano.
Ieri mattina però, di nuovo, si è dovuto leggere i flash delle agenzie e contare i morti nel Canale di Sicilia. Sentire le dichiarazioni dei soliti sciacalli, le solite frasi di commento dei politici europei, le solite frotte di giornalisti alla ricerca di immagini scioccanti.
Viene naturale pensare alle storie sentite dai ragazzi scampati nei giorni scorsi e pensare a quelli come loro che sono stati inghiottiti per sempre dal mare. Nel nero della notte, senza stelle.
Ieri si sono letti commenti di italiani sui social network che godono della morte degli innocenti. Penso che il sistema mediatico italiano sia riuscito dove nemmeno Goebbels era arrivato, far odiare talmente degli innocenti da far gioire cittadini della loro morte pubblicamente. Siamo oltre la banalità del male, nell'indifferenza generale stiamo diventando parte attiva nello sterminio, tifiamo la morte.
C'è da provare una rabbia infinita nei confronti di chi scrive queste cose, Ciò che sta accadendo non sono soltanto più tragedie. Si tratta di un vero e proprio crimine contro l'umanità.
Il Mediterraneo è diventato un vero e proprio campo di sterminio prodotto dall'indifferenza europea, dal suo egoismo diffuso, dalle guerre per il gas e per il petrolio, dallo sfruttamento di interi continenti. Non è una questione di riflettere se aumentare o meno le missioni di salvataggio per uomini, donne e bambini. Il semplice discuterne dal punto di vista economico è il segno della devastazione in cui siamo sprofondati. Occorre invece affrontare una questione che è politica e da venti anni ed oltre sbatte sulle frontiere d'occidente. Una questione che non può e non deve essere affrontata soltanto dall'Europa, ma dal Consiglio di sicurezza dell'ONU che deve riunirsi immediatamente e mettere in piedi un corridoio umanitario globale per proteggere i profughi e i richiedenti asilo. Utilizzando le ambasciate come luoghi in cui presentare la domanda di protezione umanitaria risolveremmo molti dei problemi e al tempo stesso toglieremmo ai criminali il mercato di carne umana. Ogni nazione aderente alla Carta dei diritti dell'uomo dovrebbe aderire per comune responsabilità.
Risponderemmo così, in maniera globale, ad un fenomeno che, per dimensioni, è paragonabile agli effetti di una guerra mondiale. 
Sono quasi 25 anni che l'Occidente fa le guerre, destabilizza intere nazioni impoverendole, togliendo la speranza per milioni di persone che prendono così le rotte del nord. USA e Francia, per non parlare della Gran Bretagna e delle monarchie dei petrodollari, oggi si lavano le mani in un mare che hanno contribuito a trasformare in un cimitero. Non serve accusarli semplicemente per questo crimine, ma costruire una campagna globale, di massa, in grado di costringere le potenze del mondo a rimediare ai danni che hanno provocato.        

LA NOTTE DELLA UNO BIANCA