domenica 26 luglio 2015
sabato 25 luglio 2015
Rc auto: cosa succede in caso di incidente con un veicolo non assicurato?
Secondo i dati diffusi ad inizio mese relativi all’anno 2014 dall’Ania (Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici), sono quasi 4 milioni i veicoli circolanti sul territorio nazionale privi di assicurazione RC auto, pari al all’8,7% dell’intero parco auto che ogni giorno percorre le arterie del nostro Paese. Il dato diffuso a inizio luglio, di per sé già sconcertante, assume una maggiore gravità se confrontato con quello del 2013 in quanto le auto senza assicurazione sono aumentate da 3,5 a 3,9 milioni, in sostanza circa 1 automobilista su 10 viaggia senza copertura assicurativa.
Nel rapporto Ania è indicata anche la distribuzione di questo fenomeno che presentava dati diversi a seconda delle zone: più alta al Sud (13,5%) e al Centro (8,5%), meno al Nord (6,2%). Se un automobilista su dieci viaggia liberamente senza una polizza RC, vuol dire anche che nel malaugurato caso di incidente abbiamo una possibilità su dieci di incontrare quell’automobilista fuori legge. Un fuorilegge perché è bene ricordare che chi viaggia senza assicurazione sul proprio veicolo non è un simpatico buontempone che “rischiando” risparmia il costo della polizza, ma è un individuo che infrange la legge, precisamente l’articolo 193 del Codice della strada e rischia una multa che può variare da un minimo di 841 euro ad un massimo di 3.287 euro.
La domanda che mi è sorta quindi è stata: ma se dovessi avere un incidente con un soggetto non assicurato, come dovrei comportarmi? Domanda che ho rivolto direttamente a un agente assicurativo.
La sua risposta è stata che nel caso in cui la nostra polizza sia una Kasko o abbia una garanzia Collisione possiamo stare tranquilli. Nel primo caso, si tratta di una polizza in cui l’assicuratore si impegna a indennizzare l’assicurato per i cosiddetti “guasti accidentali”, ossia i danni materiali e diretti subiti dal veicolo assicurato, nel secondo caso invece la garanzia collisione assicura l’auto per tutti i danni derivanti da collisione con un altro. In entrambi i casi è fondamentale che il veicolo con cui abbiamo avuto lo scontro venga identificato, quindi sarà importante riuscire a segnarsi il numero di targa.
Nel caso in cui la nostra polizza non abbia una garanzia Collisione o non sia una Kasko, in caso di incidente con un soggetto non assicurato l’unica via è adire al Fondo di garanzia per le vittime della strada, che ha il preciso compito di intervenire tutte le volte che in un incidente stradale viene coinvolto un mezzo non assicurato oppure un mezzo che non viene identificato. Il Fondo di Garanzia per le vittime della strada si attiva su richiesta del danneggiato, la richiesta di risarcimento deve essere inviata alla compagnia assicuratrice che gestisce la procedura all’interno della regione nella quale è avvenuto l’incidente. L’intervento del Fondo per i casi indicati di seguito è limitato al massimale di legge vigente al momento del sinistro.
Per chi si chiedesse con quali finanziamenti venga alimentato questo Fondo, deve sapere che tutti quelli che pagano regolarmente l’assicurazione del proprio mezzo contribuiscono al finanziamento con un’aliquota obbligatoria del 2,5% applicata ad ogni premio RC Auto.
Tutti ci auguriamo di non avere mai incidenti, ma nel caso capitasse e accadesse proprio con un fuorilegge non assicurato, almeno adesso sapete come fare.
giovedì 23 luglio 2015
Nozze gay, l’Unione europea non c’entra niente
Una precisazione: la sentenza della Corte di Strasburgo sul riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso non c’entra niente con l’Unione europea.
La Corte europea dei diritti umani (Cedu) con sede a Strasburgo ha stabilito che l’Italia deve introdurre il riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso. Al di là del giudizio di merito sulle unioni Lgbt, va sottolineato che l’opinione pubblica e buona parte dei media italiani hanno erroneamente attribuito la responsabilità di questa decisione all’Ue o all’Europa. In realtà la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non è un’istituzione dell’Unione europea bensì un organo giurisdizionale internazionale alla quale aderiscono tutti i 47 membri del Consiglio d’Europa, un altro organo che non fa parte dell’Unione europea.
La Corte europea dei diritti umani (Cedu) con sede a Strasburgo ha stabilito che l’Italia deve introdurre il riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso. Al di là del giudizio di merito sulle unioni Lgbt, va sottolineato che l’opinione pubblica e buona parte dei media italiani hanno erroneamente attribuito la responsabilità di questa decisione all’Ue o all’Europa. In realtà la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non è un’istituzione dell’Unione europea bensì un organo giurisdizionale internazionale alla quale aderiscono tutti i 47 membri del Consiglio d’Europa, un altro organo che non fa parte dell’Unione europea.
Un’inutile precisazione? Assolutamente no. In Italia troppo spesso si attribuiscono prese di posizione, sentenze e leggi ad una fantomatica “Ue” che in realtà vuol dire poco o niente. “L’Ue impone le unioni gay”. “L’Ue vieta il tonno rosso”. “L’Ue vuole l’austerità”. Tre frasi in bocca a milioni di persone, tre titoli letti in migliaia di giornali, non solo scorretti ma a ben guardare faziosi. Direttive, sentenze, prese di posizione e tanto altro sono il frutto di processi riconducibili a organismi ben più precisi che la generica “Ue” e che spesso, come nel caso della Cedu, non c’entrano niente con l’Unione europea.
Per comprendere i rischi che si corrono a buttare tutto nel calderone della “Ue”, è come se in Italia si attribuisse ad una generica “Italia” le proposte di legge del Parlamento, i vari passaggi di un testo in Senato, i decreti del governo, le affermazioni del presidente del Consiglio, le dinamiche dei diversi partiti, le sentenze della Corte Costituzionale e tanto altro. Insomma, non si capirebbe più niente e non si farebbe alto che attribuire all’ “Italia” meriti e colpe di un mare magnum normativo e politico del quale non si capirebbe niente, proprio come oggi succede con la “Ue”.
Qualche altro esempio: l’austerità non è stata imposta dall’Ue bensì decisa principalmente dall’Eurogruppo (19 ministri delle finanze dei Paesi dell’eurozona) e dal Consiglio europeo (capi di Stato e di governo). La Ue non si è lavata le mani degli immigrati in quanto la Commissione europea (esecutivo comunitario) aveva proposto un sistema di distribuzione obbligatorio poi cassato dal Consiglio Ue affari interni (28 ministri degli interni dei Paesi Ue). L’elenco potrebbe essere lunghissimo.
Una buona responsabilità ce l’hanno i media. Per esigenze di brevità, e a volte anche per un pizzico di ignoranza della materia europea, molti media utilizzano la “breve” sigla Ue a casaccio, stessa cosa per le città “Bruxelles”, “Strasburgo” e “Lussemburgo”, città diverse dove ci sono istituzioni diverse e appartenenti a contesti istituzionali diversi. Responsabilità anche per il sistema educativo italiano, dove l’educazione civica europea resta una chimera. Responsabilità, infine, anche ai politici nostrani, alcuni dei quali ignoranti come non mai, altri consapevoli ma ai quali fa comodo giocare sull’equivoco “Ue”.
Tornando alla sentenza della Corte europea dei diritti umani, come detto, non si tratta di un’istituzione dell’Unione europea, bensì di un organismo internazionale le cui sentenze i 47 Paesi europei (e non solo i 28 dell’Ue) si sono impegnati a rispettare in quanto la Corte è stata creata proprio per far rispettare la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950 alla quale, in teoria, tutti dovremmo credere.
lunedì 20 luglio 2015
Quest'uomo mi fa ribrezzo
"Morte è sempre brutta notizia, ma stavolta non sono troppo dispiaciuto", scrive il segretario della Lega Nord su twitter, commentando il suicidio in carcere di Ludovico Caiazza, accusato di essere l'assassino del gioielliere romano Giancarlo Nocchia.
Il segretario della Lega Nord si riferisce al suicidio del 32enne Ludovico Caiazza, accusato di essere l’assassino del gioielliere romano Giancarlo Nocchia. Fermato domenica su un treno a Latina, Caiazza è stato trovato impiccato con un lenzuolo, intorno alla mezzanotte, dagli agenti della polizia penitenziaria del reparto grande sorveglianza del carcere di Regina Coeli.
Sfruttare ogni episodio di cronaca a fini puramente propagandistici con la finalità di guadagnare qualche voto in più andando a speculare su quello che è il modo di sentire di parte dell'opinione pubblica, mi fa schifo. Salvini è un grande comunicatore, ma la sua comunicazione è per la gran parte rivoltante e vomitevole. Il Signor Ludovico Caiazza era un delinquente, andava processato e doveva subire una pena esemplare. Il suo suicidio gli ha risparmiato la sua giusta espiazione. Io non riesco a gioire per la sua morte, perché il mio senso morale mi impedisce di far festa per la morte di un qualsiasi uomo, fosse anche un assassino.
Ma Salvini non ha un senso morale. Lui guarda solo i sondaggi e sa bene che un'uscita come questa, alla pari di tante altre che ha già fatto in passato, porta voti e al diavolo la pietà umana e la sacralità della vita come principio fondante della fede cattolica.
D'altra parte abbiamo già avuto modo di ascoltare ripetutamente il suo pensiero sui temi dell'immigrazione, quindi perché dovremmo stupirci della sua battuta di oggi?
E la Chiesa? Reazioni? Non pervenute. Invece di controbattere quasi in tempo reale alla ipotesi ventilata da Renzi sulle unioni civili, i Signori Vescovi, Cardinali e Arcipreti, si occupino si stigmatizzare reazioni odiose come quella di oggi di quel pazzo vestito di verde.
Salvini va politicamente fermato, isolato, messo in un angolo.
Non oso immaginare il mio Paese guidato da un folle.
venerdì 17 luglio 2015
Grecia, il Risiko di Schaeuble è simile solo alla spocchia di De Laurentiis
C’è un filo nero (come la pece) che unisce due modi di fare che la cronaca, sempre più specchio di società e popoli, ci consegna nelle ultime ore. La spocchia di Aurelio De Laurentiis e il Risiko di Wolfgang Schaeuble.
Il presidente del Napoli Calcio fa come gli pare e nella città che da anni tenta di combattere la camorra mette le mani addosso a chi quella battaglia, in perfetta solitudine e ogni anno con sempre meno mezzi, porta avanti. Il ministro delle finanze di Berlino anziché scrivere elegantemente la parola fine sul caso greco anche dopo che Tsipras ha fatto la ritirata che ha fatto, vuole semplicemente schiacciare il più debole. E continua a improvvisare piani da Grexit a tempo. Come se le stime del Fondo Monetario Internazionale (e non della sezione di Syriza del Pireo) che certificano il fallimento della cura Merkel alla voce debito, fossero noccioline e non analisi reali. E particolarmente preoccupanti. Altro che le europrescrizioni di uno dei padri fondatori, il suo connazionale Adenauer: l’atteggiamento di Schaeuble non è rigorista o fissativo sulle regole, semplicemente è disumano.
I due personaggi in questione sono preda di una sindrome purtroppo frequente nell’epoca post globalizzazione. L’individualismo che distrugge la comunità, la deriva da marchese del Grillo che si fa glaciale dominazione, addirittura elogio della razza ariana e voglia di spazzare via tutti gli altri. Mentre dall’altro lato dell’oceano Papa Francesco spende qualche preziosa parola sul caso ellenico (“bisogna evitare che siano i poveri a pagare le crisi”, curiosamente la stessa traccia del prossimo libro di Yanis Varoufakis), nel vecchio continente va in scena un doppio mortificante teatro. L’avanspettacolo becero di chi, ricco e con una pletora di maggiordomi, sputa ignobilmente su una divisa. E il cinismo di chi, dall’alto di un potentato economico e politico, spinge il pulsante del game over: senza rispetto, senza possibilità di piano B, senza un grammo di umanità.
Forse a Berlino non avranno letto i dati sciorinati dalle numerose ong che hanno deciso dal 2012 ad oggi di spostare dal terzo mondo alla Grecia le loro campagne di interventi mirati. Forse le immagini di ospedali senza garze o senza possibilità di una dieta equilibrata non interessano all’altra faccia della Cancelliera Merkel. Ma la storia insegna che ad essere distanti dal mondo reale si finisce per pagare dazio, oggi o domani, come soprattutto la storia del novecento ricorda proprio in Germania. Anche a causa del fatto, ad esempio, che nel 1953 gli Stati europei (tra cui Grecia e Italia) dissero sì all’haircut per il debito tedesco.
Ha scritto Plutarco in Vita che “così come una bella pittura ricca di sgargianti colori diletta l’occhio, così le azioni virtuose suscitano nell’anima un’ammirazione che presto si traduce in desiderio di emulazione”. Mentre quelle altre azioni sono solo da voltastomaco.
lunedì 13 luglio 2015
N° 1 su Youcanprint !
Ancora una grande soddisfazione. Il mio libro "Pàntaclo" risulta al primo posto nella Classifica dei best sellers di luglio sul sito di Youcanprint, forse la principale piattaforma italiana dedicata alla auto-pubblicazione con migliaia di titoli in catalogo. Che dire? Wow!
sabato 11 luglio 2015
Srebrenica vent’anni dopo, genocidio? Quel che conta è ‘mai più’
La memoria dell’eccidio di Srebrenica, e i sensi di vergogna, pietà, impotenza, che porta con sé, almeno in Occidente, perché altrove sono rabbia, odio, disperazione, non avevano davvero bisogno di essere appesantiti dal dibattito, sterile e provocatorio da ambo le parti, se la tragedia bosniaca sia stata o meno genocidio.
Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, su questo punto, s’è spaccato: il veto della Russia, chiestole da Belgrado, e l’astensione della Cina, ma anche di Angola, Nigeria e Venezuela, Paesi fra loro diversissimi, ma tutti segnati da storie di confronti interni aspri oltre il limite della guerra civile, fanno emergere per l’ennesima volta i crinali dell’ingerenza umanitaria e dei conflitti etnici e religiosi interni a un Paese.
La Russia ha motivato il veto definendo il documento proposto “non costruttivo, aggressivo e politicamente motivato”. E così la commemorazione del massacro vent’anni dopo diviene un altro capitolo della nuova Guerra Fredda e l’ennesima testimonianza dell’immutabile atteggiamento filo-serbo russo. Ma che un documento dell’Onu lo bolli, o meno, come genocidio, che cambia alla realtà dei fatti?
Chi scrive non ha le competenze di diritto internazionale per esprimere un’opinione sull’applicabilità, o meno, della definizione all’episodio e, più in generale, al conflitto bosniaco. Ma, in fondo, in questo caso come nell’altra recente analoga discussione sull’uso del termine genocidio, partita nel triangolo Turchia-Armenia-Vaticano e rapidamente divenuta universale, quello che conta è mantenere la memoria di quanto accaduto, nutrirne l’orrore e, soprattutto, attrezzarsi perché eventi analoghi non si ripetano.
E, su questo punto, vent’anni dopo, l’umanità non è al riparo da altre tragedie siffatte, o peggiori: l’efficienza dell’Onu non è migliorata, la governance mondiale non s’è dotata d’organi di giudizio e d’intervento efficaci e tempestivi.
Certo, la mobilitazione internazionale per l’anniversario del massacro è impressionante: oltre 90 delegazioni –per l’Italia, la presidente della Camera Laura Boldrini, una che conosce e difende il valore dei diritti dell’uomo-, il presidente Usa del tempo Bill Clinton ed il suo segretario di Stato Madeleine Albright, i leader di tutti gli Stati dell’ex Jugoslavia, l’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue Federica Mogherini assisteranno oggi alle cerimonie ufficiali di commemorazione degli 8000 musulmani sterminati nel luglio 1995 dalle truppe serbo bosniache del generale Ratko Mladic.
E tutto intorno fioriscono iniziative politiche e solidali, Angela Merkel ha portato a Sarajevo il sostegno della Germania all’adesione della Bosnia all’Ue. La Scala vi farà un concerto e il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni vi assisterà.
Il ricordo è ancora vivo; i sensi di colpa dei responsabili e la percezione dell’inadeguatezza di quanti –organismi internazionali e militari delle unità di pace presenti in loco, ma imbelli e inutili- non seppero impedire quanto avvenne sotto i loro occhi sono riconosciuti e palesi.
Le ricostruzioni storiche non sono ancora definitive, anche se è chiaro che il massacro fu una violenza pianificata e che l’Occidente preferì fingersene sorpreso. L’individuazione delle responsabilità non è stata ancora completata, ma Mladic è sotto processo. Però, altre Srebrenica sono ancora possibili, forse stanno avvenendo nel mondo, tra la Siria e l’Iraq, in Nigeria o altrove in Africa, nell’Asia più remota. E la comunità internazionale non s’è dotata di strumenti per impedirle né mostra la volontà di farlo presto: genocidio o meno, piangere i morti può anche essere un atto di ipocrisia; riuscire a impedirli, sarebbe un atto di responsabilità.
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