In gabbia

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lunedì 27 luglio 2015

Il degrado di Roma siamo noi



Da romano che spende lunghi periodi all’estero, la prima cosa che noto quando torno a Roma è la sporcizia, perfino fra le piste di atterraggio dell’aeroporto di Fiumicino (fateci caso). Sporcizia che, temo, in città esisteva da prima che Ignazio Marino fosse eletto sindaco. I romani mi diranno: “E’ vero, ma oggi è peggio di prima” e questo pure è vero, e ne so il motivo: il sindaco attuale ha fatto chiudere nel 2013 il sistema Malagrotta (la discarica di Roma che per alcuni decenni ha gestito in regime di sostanziale monopolio l’intera raccolta di rifiuti della città, trattandoli in modo non conforme alle leggi e pericoloso per l’ambiente) applicando una direttiva europea ed evitando alla cittadinanza di dover pagare una cospicua multa. In una città normale, questo non avrebbe comportato un peggioramento della raccolta dei rifiuti, ma a Roma c’è, come sappiamo, un capillare sistema criminale che sa come opporre resistenza al legittimo potere politico locale che, di punto in bianco, decide di non tenere conto degli interessi di Mafia Capitale.
Questi però sono discorsi di macro-politica/criminalità. Che ci riguardano tutti, intendiamoci bene, ma fino a un certo punto. Qui invece voglio fare un discorso di micro-politica e tirare in ballo il comportamento del singolo cittadino romano.
Mi riferisco al cittadino romano che ha un cane, e lo porta a defecare sul marciapiede senza poi raccoglierne gli escrementi e gettarli nel contenitore dell’umido, come succede in tutte le altre città occidentali del mondo.
Mi riferisco al cittadino romano che prende le bici del bike sharing. Nel senso letterale: le prende, le smonta e si rivende i pezzi, affossando così un servizio che nel resto del mondo (anche non occidentale) prospera.
Mi riferisco al cittadino romano che prende le auto del car sharing. Come sopra, o che si diverte a vandalizzarle o lasciarle col serbatoio vuoto: haha, bada, che sghicio.
Mi riferisco al cittadino romano che fuma, e poi getta il mozzicone di cicca per terra, anziché spegnerlo nelle apposite ceneriere. Con l’aggravante che se a terra hai dei sampietrini di origine antico romana (e permettetemi di sottolineare la cosa: se hai l’incredibile fortuna di avere a terra dei sampietrini di origine antico romana), magari il filtro s’insinua fra un cubetto e l’altro e rimane là in saecula saeculorum.
Mi riferisco al cittadino romano giovane, con la gomma in bocca. Fino a che non la sputa sul marciapiede, dove rimarrà anch’ella in saecula saeculorum, a meno che un assai pio netturbino passi con una sostanza chimica e un raschietto gomma per gomma. Troppo anche per la città santa, no?
Mi riferisco alla cittadina romana, magari di una certa età, che va nelle aiuole del giardino sotto casa a sradicare le rose o le viole, e che se le dici qualcosa ti risponde: “Ma che vuole? Non sono mica sue, queste non sono di nessuno!
Mi riferisco al cittadino romano che produce immondizia e non si cura di differenziarla. Poi magari butta l’intero sacco di immondizia poggiandolo con grazia di fianco al cassonetto e non dentro, perché sai, fa un caldo, e voja de aprì er cassonetto sartame addosso che io me scanso.
Mi riferisco al cittadino romano amante della musica. Del suo clacson, che suona come sfogatoio delle sue frustrazioni quotidiane. Suònate ‘stacippa.
Mi riferisco al cittadino romano che si lamenta del traffico di Roma, salvo poi parcheggiare sempre in doppia fila e spesso in curva (un caso per tutti: andate a vedere Via Nemorense fra piazza Acilia e piazza Santa Emerenziana, che non è Tor Bella Monaca ma l’elegante Quartiere Trieste. Non trovi parcheggio? Vai in un garage, arriva in autobus, a piedi, in bici, in monopattino, in taxi. Non parcheggiare in doppia fila. Punto.)
Mi riferisco al cittadino romano che guida uno scooter. Sui marciapiedi o sulle corsie preferenziali di autobus, taxi, ambulanze e polizia, perché si sa, l’idea di stare in fila dietro le auto nella corsia per il traffico normale, come prescrive il Codice della strada, è una ipotesi da: “Me stai a cojonà?
Mi riferisco al cittadino romano che lavora per Atac, non importa se come manager o semplice autista, e con i suoi comportamenti ha contribuito a diffondere il credo che “ATAC” non sia un acronimo ma la prima parte dell’espressione romana “Ataccatearcazzo“. E visto che sono ore in cui va di moda un video di un autista Atac che spiega come tutto dipenderebbe solo dalla “MM”, cioè dalla “mancanza materiale” per riparare i mezzi – cosa che sicuramente è un problema da affrontare, e bene ha fatto il sindaco a licenziare i manager responsabili dello sfacelo – faccio notare che su You Tube sono presenti dozzine di video che testimoniano come i bus della capitale siano spesso guidati da dipendenti che assumono, diciamo così, un comportamento anti-professionale. Lo stesso vale per quei cittadini romani che dovrebbero guidare le metropolitane, che scioperano perché il sindaco gli vuole imporre – udite udite – di timbrare il cartellino in entrata e uscita dal lavoro. Quale affronto, eh? Non che in sé la timbratura del cartellino garantisca da comportamenti criminali, come sappiamo, ma insomma, è un modo per cercare di monitorare e limitare fenomeni di questo genere.
Mi riferisco al cittadino romano che possiede un taxi. E non occorre aggiungere altro.
Come immaginate, potrei continuare a lungo. Se questi e altri mille comportamenti non sono affrontati a livello micro, possiamo fare sindaco anche Churchill redivivo, ma la situazione non migliorerà.

, Scrittore e giornalista

sabato 25 luglio 2015

Rc auto: cosa succede in caso di incidente con un veicolo non assicurato?



Secondo i dati diffusi ad inizio mese relativi all’anno 2014 dall’Ania (Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici), sono quasi 4 milioni i veicoli circolanti sul territorio nazionale privi di assicurazione RC auto, pari al all’8,7% dell’intero parco auto che ogni giorno percorre le arterie del nostro Paese. Il dato diffuso a inizio luglio, di per sé già sconcertante, assume una maggiore gravità se confrontato con quello del 2013 in quanto le auto senza assicurazione sono aumentate da 3,5 a 3,9 milioni, in sostanza circa 1 automobilista su 10 viaggia senza copertura assicurativa.
Nel rapporto Ania è indicata anche la distribuzione di questo fenomeno che presentava dati diversi a seconda delle zone: più alta al Sud (13,5%) e al Centro (8,5%), meno al Nord (6,2%). Se un automobilista su dieci viaggia liberamente senza una polizza RC, vuol dire anche che nel malaugurato caso di incidente abbiamo una possibilità su dieci di incontrare quell’automobilista fuori legge. Un fuorilegge perché è bene ricordare che chi viaggia senza assicurazione sul proprio veicolo non è un simpatico buontempone che “rischiando” risparmia il costo della polizza, ma è un individuo che infrange la legge, precisamente l’articolo 193 del Codice della strada e rischia una multa che può variare da un minimo di 841 euro ad un massimo di 3.287 euro.
La domanda che mi è sorta quindi è stata: ma se dovessi avere un incidente con un soggetto non assicurato, come dovrei comportarmi? Domanda che ho rivolto direttamente a un agente assicurativo.
La sua risposta è stata che nel caso in cui la nostra polizza sia una Kasko o abbia una garanzia Collisione possiamo stare tranquilli. Nel primo caso, si tratta di una polizza in cui l’assicuratore si impegna a indennizzare l’assicurato per i cosiddetti “guasti accidentali”, ossia i danni materiali e diretti subiti dal veicolo assicurato, nel secondo caso invece la garanzia collisione assicura l’auto per tutti i danni derivanti da collisione con un altro. In entrambi i casi è fondamentale che il veicolo con cui abbiamo avuto lo scontro venga identificato, quindi sarà importante riuscire a segnarsi il numero di targa.
Nel caso in cui la nostra polizza non abbia una garanzia Collisione o non sia una Kasko, in caso di incidente con un soggetto non assicurato l’unica via è adire al Fondo di garanzia per le vittime della strada, che ha il preciso compito di intervenire tutte le volte che in un incidente stradale viene coinvolto un mezzo non assicurato oppure un mezzo che non viene identificato. Il Fondo di Garanzia per le vittime della strada si attiva su richiesta del danneggiato, la richiesta di risarcimento deve essere inviata alla compagnia assicuratrice che gestisce la procedura all’interno della regione nella quale è avvenuto l’incidente. L’intervento del Fondo per i casi indicati di seguito è limitato al massimale di legge vigente al momento del sinistro.
Per chi si chiedesse con quali finanziamenti venga alimentato questo Fondo, deve sapere che tutti quelli che pagano regolarmente l’assicurazione del proprio mezzo contribuiscono al finanziamento con un’aliquota obbligatoria del 2,5% applicata ad ogni premio RC Auto.
Tutti ci auguriamo di non avere mai incidenti, ma nel caso capitasse e accadesse proprio con un fuorilegge non assicurato, almeno adesso sapete come fare.

giovedì 23 luglio 2015

Nozze gay, l’Unione europea non c’entra niente



Una precisazione: la sentenza della Corte di Strasburgo sul riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso non c’entra niente con l’Unione europea.
La Corte europea dei diritti umani (Cedu) con sede a Strasburgo ha stabilito che l’Italia deve introdurre il riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso. Al di là del giudizio di merito sulle unioni Lgbt, va sottolineato che l’opinione pubblica e buona parte dei media italiani hanno erroneamente attribuito la responsabilità di questa decisione all’Ue o all’Europa. In realtà la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non è un’istituzione dell’Unione europea bensì un organo giurisdizionale internazionale alla quale aderiscono tutti i 47 membri del Consiglio d’Europa, un altro organo che non fa parte dell’Unione europea.
Un’inutile precisazione? Assolutamente no. In Italia troppo spesso si attribuiscono prese di posizione, sentenze e leggi ad una fantomatica “Ue” che in realtà vuol dire poco o niente. “L’Ue impone le unioni gay”. “L’Ue vieta il tonno rosso”. “L’Ue vuole l’austerità”. Tre frasi in bocca a milioni di persone, tre titoli letti in migliaia di giornali, non solo scorretti ma a ben guardare faziosi. Direttive, sentenze, prese di posizione e tanto altro sono il frutto di processi riconducibili a organismi ben più precisi che la generica “Ue” e che spesso, come nel caso della Cedu, non c’entrano niente con l’Unione europea.
Per comprendere i rischi che si corrono a buttare tutto nel calderone della “Ue”, è come se in Italia si attribuisse ad una generica “Italia” le proposte di legge del Parlamento, i vari passaggi di un testo in Senato, i decreti del governo, le affermazioni del presidente del Consiglio, le dinamiche dei diversi partiti, le sentenze della Corte Costituzionale e tanto altro. Insomma, non si capirebbe più niente e non si farebbe alto che attribuire all’ “Italia” meriti e colpe di un mare magnum normativo e politico del quale non si capirebbe niente, proprio come oggi succede con la “Ue”.
Qualche altro esempio: l’austerità non è stata imposta dall’Ue bensì decisa principalmente dall’Eurogruppo (19 ministri delle finanze dei Paesi dell’eurozona) e dal Consiglio europeo (capi di Stato e di governo). La Ue non si è lavata le mani degli immigrati in quanto la Commissione europea (esecutivo comunitario) aveva proposto un sistema di distribuzione obbligatorio poi cassato dal Consiglio Ue affari interni (28 ministri degli interni dei Paesi Ue). L’elenco potrebbe essere lunghissimo.
Una buona responsabilità ce l’hanno i media. Per esigenze di brevità, e a volte anche per un pizzico di ignoranza della materia europea, molti media utilizzano la “breve” sigla Ue a casaccio, stessa cosa per le città “Bruxelles”, “Strasburgo” e “Lussemburgo”, città diverse dove ci sono istituzioni diverse e appartenenti a contesti istituzionali diversi. Responsabilità anche per il sistema educativo italiano, dove l’educazione civica europea resta una chimera. Responsabilità, infine, anche ai politici nostrani, alcuni dei quali ignoranti come non mai, altri consapevoli ma ai quali fa comodo giocare sull’equivoco “Ue”.
Tornando alla sentenza della Corte europea dei diritti umani, come detto, non si tratta di un’istituzione dell’Unione europea, bensì di un organismo internazionale le cui sentenze i 47 Paesi europei (e non solo i 28 dell’Ue) si sono impegnati a rispettare in quanto la Corte è stata creata proprio per far rispettare la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950 alla quale, in teoria, tutti dovremmo credere.

lunedì 20 luglio 2015

Quest'uomo mi fa ribrezzo



"Morte è sempre brutta notizia, ma stavolta non sono troppo dispiaciuto", scrive il segretario della Lega Nord su twitter, commentando il suicidio in carcere di Ludovico Caiazza, accusato di essere l'assassino del gioielliere romano Giancarlo Nocchia.
Il segretario della Lega Nord si riferisce al suicidio del 32enne Ludovico Caiazza, accusato di essere l’assassino del gioielliere romano Giancarlo Nocchia. Fermato domenica su un treno a Latina, Caiazza è stato trovato impiccato con un lenzuolo, intorno alla mezzanotte, dagli agenti della polizia penitenziaria del reparto grande sorveglianza del carcere di Regina Coeli.
Sfruttare ogni episodio di cronaca a fini puramente propagandistici con la finalità di guadagnare qualche voto in più andando a speculare su quello che è il modo di sentire di parte dell'opinione pubblica, mi fa schifo. Salvini è un grande comunicatore, ma la sua comunicazione è per la gran parte rivoltante e vomitevole. Il Signor Ludovico Caiazza era un delinquente, andava processato e doveva subire una pena esemplare. Il suo suicidio gli ha risparmiato la sua giusta espiazione. Io non riesco a gioire per la sua morte, perché il mio senso morale mi impedisce di far festa per la morte di un qualsiasi uomo, fosse anche un assassino. 
Ma Salvini non ha un senso morale. Lui guarda solo i sondaggi e sa bene che un'uscita come questa, alla pari di tante altre che ha già fatto in passato, porta voti e al diavolo la pietà umana e la sacralità della vita come principio fondante della fede cattolica.
D'altra parte abbiamo già avuto modo di ascoltare ripetutamente il suo pensiero sui temi dell'immigrazione, quindi perché dovremmo stupirci della sua battuta di oggi?   
E la Chiesa? Reazioni? Non pervenute. Invece di controbattere quasi in tempo reale alla ipotesi ventilata da Renzi sulle unioni civili, i Signori Vescovi, Cardinali e Arcipreti, si occupino si stigmatizzare reazioni odiose come quella di oggi di quel pazzo vestito di verde.
Salvini va politicamente fermato, isolato, messo in un angolo.
Non oso immaginare il mio Paese guidato da un folle.
     

venerdì 17 luglio 2015

Grecia, il Risiko di Schaeuble è simile solo alla spocchia di De Laurentiis



C’è un filo nero (come la pece) che unisce due modi di fare che la cronaca, sempre più specchio di società e popoli, ci consegna nelle ultime ore. La spocchia di Aurelio De Laurentiis e il Risiko di Wolfgang Schaeuble.
Il presidente del Napoli Calcio fa come gli pare e nella città che da anni tenta di combattere la camorra mette le mani addosso a chi quella battaglia, in perfetta solitudine e ogni anno con sempre meno mezzi, porta avanti. Il ministro delle finanze di Berlino anziché scrivere elegantemente la parola fine sul caso greco anche dopo che Tsipras ha fatto la ritirata che ha fatto, vuole semplicemente schiacciare il più debole. E continua a improvvisare piani da Grexit a tempo. Come se le stime del Fondo Monetario Internazionale (e non della sezione di Syriza del Pireo) che certificano il fallimento della cura Merkel alla voce debito, fossero noccioline e non analisi reali. E particolarmente preoccupanti. Altro che le europrescrizioni di uno dei padri fondatori, il suo connazionale Adenauer: l’atteggiamento di Schaeuble non è rigorista o fissativo sulle regole, semplicemente è disumano.
I due personaggi in questione sono preda di una sindrome purtroppo frequente nell’epoca post globalizzazione. L’individualismo che distrugge la comunità, la deriva da marchese del Grillo che si fa glaciale dominazione, addirittura elogio della razza ariana e voglia di spazzare via tutti gli altri. Mentre dall’altro lato dell’oceano Papa Francesco spende qualche preziosa parola sul caso ellenico (“bisogna evitare che siano i poveri a pagare le crisi”, curiosamente la stessa traccia del prossimo libro di Yanis Varoufakis), nel vecchio continente va in scena un doppio mortificante teatro. L’avanspettacolo becero di chi, ricco e con una pletora di maggiordomi, sputa ignobilmente su una divisa. E il cinismo di chi, dall’alto di un potentato economico e politico, spinge il pulsante del game over: senza rispetto, senza possibilità di piano B, senza un grammo di umanità.
Forse a Berlino non avranno letto i dati sciorinati dalle numerose ong che hanno deciso dal 2012 ad oggi di spostare dal terzo mondo alla Grecia le loro campagne di interventi mirati. Forse le immagini di ospedali senza garze o senza possibilità di una dieta equilibrata non interessano all’altra faccia della Cancelliera Merkel. Ma la storia insegna che ad essere distanti dal mondo reale si finisce per pagare dazio, oggi o domani, come soprattutto la storia del novecento ricorda proprio in Germania. Anche a causa del fatto, ad esempio, che nel 1953 gli Stati europei (tra cui Grecia e Italia) dissero sì all’haircut per il debito tedesco.
Ha scritto Plutarco in Vita che “così come una bella pittura ricca di sgargianti colori diletta l’occhio, così le azioni virtuose suscitano nell’anima un’ammirazione che presto si traduce in desiderio di emulazione”. Mentre quelle altre azioni sono solo da voltastomaco.

lunedì 13 luglio 2015

N° 1 su Youcanprint !



Ancora una grande soddisfazione. Il mio libro "Pàntaclo" risulta al primo posto nella Classifica dei best sellers di luglio sul sito di Youcanprint, forse la principale piattaforma italiana dedicata alla auto-pubblicazione con migliaia di titoli in catalogo. Che dire? Wow!

sabato 11 luglio 2015

Srebrenica vent’anni dopo, genocidio? Quel che conta è ‘mai più’



La memoria dell’eccidio di Srebrenica, e i sensi di vergogna, pietà, impotenza, che porta con sé, almeno in Occidente, perché altrove sono rabbia, odio, disperazione, non avevano davvero bisogno di essere appesantiti dal dibattito, sterile e provocatorio da ambo le parti, se la tragedia bosniaca sia stata o meno genocidio.
Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, su questo punto, s’è spaccato: il veto della Russia, chiestole da Belgrado, e l’astensione della Cina, ma anche di Angola, Nigeria e Venezuela, Paesi fra loro diversissimi, ma tutti segnati da storie di confronti interni aspri oltre il limite della guerra civile, fanno emergere per l’ennesima volta i crinali dell’ingerenza umanitaria e dei conflitti etnici e religiosi interni a un Paese.
La Russia ha motivato il veto definendo il documento proposto “non costruttivo, aggressivo e politicamente motivato”. E così la commemorazione del massacro vent’anni dopo diviene un altro capitolo della nuova Guerra Fredda e l’ennesima testimonianza dell’immutabile atteggiamento filo-serbo russo. Ma che un documento dell’Onu lo bolli, o meno, come genocidio, che cambia alla realtà dei fatti?
Chi scrive non ha le competenze di diritto internazionale per esprimere un’opinione sull’applicabilità, o meno, della definizione all’episodio e, più in generale, al conflitto bosniaco. Ma, in fondo, in questo caso come nell’altra recente analoga discussione sull’uso del termine genocidio, partita nel triangolo Turchia-Armenia-Vaticano e rapidamente divenuta universale, quello che conta è mantenere la memoria di quanto accaduto, nutrirne l’orrore e, soprattutto, attrezzarsi perché eventi analoghi non si ripetano.
E, su questo punto, vent’anni dopo, l’umanità non è al riparo da altre tragedie siffatte, o peggiori: l’efficienza dell’Onu non è migliorata, la governance mondiale non s’è dotata d’organi di giudizio e d’intervento efficaci e tempestivi.
Certo, la mobilitazione internazionale per l’anniversario del massacro è impressionante: oltre 90 delegazioni –per l’Italia, la presidente della Camera Laura Boldrini, una che conosce e difende il valore dei diritti dell’uomo-, il presidente Usa del tempo Bill Clinton ed il suo segretario di Stato Madeleine Albright, i leader di tutti gli Stati dell’ex Jugoslavia, l’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue Federica Mogherini assisteranno oggi alle cerimonie ufficiali di commemorazione degli 8000 musulmani sterminati nel luglio 1995 dalle truppe serbo bosniache del generale Ratko Mladic.
E tutto intorno fioriscono iniziative politiche e solidali, Angela Merkel ha portato a Sarajevo il sostegno della Germania all’adesione della Bosnia all’Ue. La Scala vi farà un concerto e il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni vi assisterà.
Il ricordo è ancora vivo; i sensi di colpa dei responsabili e la percezione dell’inadeguatezza di quanti –organismi internazionali e militari delle unità di pace presenti in loco, ma imbelli e inutili- non seppero impedire quanto avvenne sotto i loro occhi sono riconosciuti e palesi.
Le ricostruzioni storiche non sono ancora definitive, anche se è chiaro che il massacro fu una violenza pianificata e che l’Occidente preferì fingersene sorpreso. L’individuazione delle responsabilità non è stata ancora completata, ma Mladic è sotto processo. Però, altre Srebrenica sono ancora possibili, forse stanno avvenendo nel mondo, tra la Siria e l’Iraq, in Nigeria o altrove in Africa, nell’Asia più remota. E la comunità internazionale non s’è dotata di strumenti per impedirle né mostra la volontà di farlo presto: genocidio o meno, piangere i morti può anche essere un atto di ipocrisia; riuscire a impedirli, sarebbe un atto di responsabilità.

martedì 7 luglio 2015

Crisi Grecia, la memoria corta di Berlino



Parlare della crisi greca potrebbe apparire presuntuoso e anche un po’ banale. Ma alcune considerazione provo a metterle in fila. Considerazioni che lego ad alcuni concetti e ad alcune parole chiave. Parto dal concetto di ingratitudine o, si potrebbe dire, della comodità dell’avere una memoria corta.
La signora Angela Merkel, che in queste ore lavora alacremente per la cacciata della Grecia dall’Europa (sorvoliamo sul paradosso di cacciare dall’Europa la terra dove la parola Europa è nata…) e dall’euro a causa della sua insolvenza nel pagare il debito, scorda il passato del Paese che governa. La Germania, per ben due volte nel secolo scorso si è trovata in default. E’ accaduto alla fine dei due conflitti mondiali che la Germania stessa aveva scatenato, provocando non solo la morte di milioni di europei, ma la distruzione di gran parte del Continente. Le distruzioni provocate dalle due Guerre Mondiali hanno determinato, nei trattai di pace, pesantissimi danni di guerra che la Germania doveva pagare agli Stati vittime delle sue aggressioni. Ebbene in entrambi i casi i debiti tedeschi vennero condonati per oltre il 50% e la Germania si salvò dal default. Negli anni ’50 lo scenario è pressoché identico e anche in questo caso i debiti tedeschi vengono abbattuti drasticamente anche dal governo greco dell’epoca, che vantava anch’esso cospicui risarcimenti per i danni provocati dall’invasione nazista e dalla guerra. Senza quell’atto di generosità l’economia tedesca non avrebbe conosciuto la ripresa e poi il miracolo. Un miracolo economico che è stato pagato in buona parte dai cittadini europei che la Germania aveva fatto a pezzi. Oggi quel passato sembra non ricordarlo nessuno.
Secondo elemento che si prende scarsamente in considerazione in queste ore di chiacchiere a ruota libera sulla Grecia, è quello che riguarda il modo in cui si è determinato il debito greco. Il luogo comune che i media hanno fatto passare è quello dei greci spreconi e nullafacenti, che vogliono vivere sulle spalle dei laboriosi tedeschi. Vediamo se è esattamente così.
Per capire cosa è successo bisogna partire da un giochino finanziario che fanno molte banche. Raccolgono il risparmio dai cittadini e con quei fondi acquistano titoli, molti acquistano titoli di stato. Ovviamente i titoli dei paesi più deboli e quindi più a rischio sono i più remunerativi e fruttano interessi più alti. I titoli greci, vista la debolezza dell’economia ellenica, pagavano circa il 15% di interessi.
Chi ha acquistato gran parte del debito pubblico greco? Ovviamente le banche tedesche, e in una certa misura quelle francesi e poco quelle italiane. Con quali denari le banche tedesche hanno fatto l’acquisto? Con i soldi dei risparmiatori tedeschi e senza spendere un euro, visto che il costo del denaro in Germania è ridottissimo. I banchieri di Berlino hanno quindi intascato quasi interamente l’interesse pagato dalla Grecia per anni. Quando Atene è entrata in crisi sono arrivati gli aiuti europei. Aiuti alla Grecia? Assolutamente no. Aiuti alle casse delle banche tedesche che dovevano continuare ad incassare i loro interessi sui titoli greci. Su 250 milioni di euro di aiuti, 230 sono stati usati per pagare gli interessi dei titoli di stato. Soldi che non sono neppure transitati da Atene, ma sono andati direttamente nei forzieri germanici. Altro che pagare le pensioni e l’allegra spesa pubblica greca. I soldi dell’Europa (quelli che oggi la Grecia non può restituire) li hanno mangiati le banche di Berlino e Francoforte. Non so come si chiama in termini di alta finanza, ma noi cronisti di basso rango definiamo questo metodo con un solo termine: usura.
La domanda che andrebbe posta oggi di fronte a questa condotta scandalosa è semplice. E’ questa l’Europa che dobbiamo difendere? E’ ammissibile che a guidare le sorti del Continente debbano essere gli interessi di pochi banchieri sostenuti da una leadership politica che predica concetti economici come quello dell’austerity che sono palesemente fallimentari secondo il giudizio espresso dai maggiori economisti del pianeta? Va detto che forse una maggiore democrazia e una maggiore distribuzione del peso politico all’interno dell’Unione sarebbe la prima strada per porre in essere politiche economiche e sociali diametralmente opposte a quelle attuate. Politiche che hanno condannato l’Eurozona ad una crisi permanente, mentre le altre aree del pianeta, usando politiche opposte all’austerity, sono uscite da tempo dalla crisi e vivono una stagione di crescita. Tutte le volte che la Germania ha avuto la pretesa di guidare l’Europa ha portato a immani catastrofi. Forse la leadership tedesca porta sfiga o forse è il caso che la storia ci insegni qualcosa.

venerdì 3 luglio 2015

Violenza sessuale, lettera a una donna stuprata



Un giorno esci, per dovere o piacere, per accontentare qualcuno o per divertimento, e in men che non si dica finisci con l’essere stuprata. Allora vorrei raccontarti cosa succederà dal momento in cui dirai quello che ti è successo.
Se la persona che hai accusato è un immigrato, un arabo, un rom, tutti saranno dalla tua parte. Gli augureranno castrazione chimica, pena di morte, torture, la sua foto sarà messa in prima pagina, anche se da noi vige un sistema garantista che dovrebbe tutelare gli accusati fino alla condanna. Tutto sarà deciso. Lui è colpevole, tu dici la verità, perciò ti useranno perché in realtà a chi dirà queste cose importa molto poco di te. Importa invece molto a fare la gara a chi piscia più lontano con gli uomini stranieri, perché “violentano le nostre donne”, e anche se tu pensavi di appartenere a te stessa ti rendi conto di appartenere a una discreta somma di razzisti, alle Istituzioni, allo Stato. Ci sarà chi, in tuo nome, parlerà di sterminio di immigrati clandestini, come se la violenza di genere fosse una questione etnica, e tu non capirai mai, effettivamente se a stuprarti di più fu quell’uomo che ti prese con la forza o tutta questa gente che vuole costruire una forca per soddisfare più il proprio prurito di violenza “giusta” che per altro.
Se la persona che hai accusato è un italiano, di te diranno che te la sei cercata, o che sei una bugiarda, una che vuole mettere nei guai un figlio di buona famiglia, si farà il ritratto del contesto dal quale il tizio arriva, tutta brava gente, persone perbene, sui quotidiani ci sarà tanto spreco di parole in suo favore, molte dichiarazioni da parte degli avvocati della difesa, e invece a te sarà dato uno spazio minimo, perché a quel punto tu che, in caso di uno stupro da parte di uno straniero, saresti stata “la loro donna” diventi la donna di nessuno. Ti restituiranno l’appartenenza ed è per questo che la pagherai cara. Sarai sola. Tu, la tua famiglia, le persone che ti vogliono bene e alcune persone che si impegneranno a difenderti, perché si occupano di violenza sulle donne in modo disinteressato o perché sulla tua pelle costruiscono una carriera d’altro tipo. I commenti che leggerai in giro saranno pessimi. Indagheranno sulla tua vita privata, ti chiederanno quante volte hai fatto sesso e ti metteranno in croce se la somma dei tuoi partner è più di due. Ti chiederanno perché non hai reagito, come mai non l’hai morso, perché non sei stata pronta a fuggire, perché la nostra cultura dice più o meno questo: se tu reagisci troppo forte e fai male al tuo stupratore ti diranno che è impossibile che lui ti abbia stuprata, anzi, invece sei tu che l’hai aggredito, se invece non ti difendi, è pur sempre colpa tua, perché le brave ragazze non si lasciano terrorizzare così facilmente da uno stronzo armato di un pene eretto per eccitazione data dalla tua paura.
In entrambi i casi sarà tua la scelta: puoi denunciare o meno. Devi sapere, però, che sarai tu quella che viene processata. Per lui vale la presunzione di innocenza e per te quella di colpevolezza. Tu bugiarda, incapace di definire una cosa così complessa come la violenza, tu creatura malefica e tentatrice, che stavi fuori a un’ora che non si addice alle brave ragazze. Tu parente stretta di una gioventù bruciata, di quelle che non hanno più valori, così come dirà il prete e qualche psicologo da strapazzo. Tu che sarai accomunata, nell’indole e negli intenti, a un’adolescente di quelle che oramai la danno e se la pigliano come vogliono, perché ‘ste ragazzine, così come dice il vecchio seduto in piazza, sono tutte zoccolette. Basta vedere come si vestono.
E ti diranno che sei tu che l’hai provocato, perché l’uomo, naturalmente, avrebbe un desiderio sessuale, e già si confonde il sesso con lo stupro, benché siano cose completamente diverse, assai maggiore. Ha i bassi istinti, dicono alcuni (e poi non dite che sono le femministe a diffondere una cattiva immagine degli uomini), e lo dicono proprio quelli che un po’ colpevolizzano la vittima e un altro po’ finiscono con il fornire giustificazioni al carnefice. E dato che lui ha quella sessualità animalesca, incontenibile, non addomesticabile, allora sei tu che devi provvedere per prevenire. Indossa un burqa, smetti di vestire come un’adolescente di questi tempi. Torna con la mente e con gli abiti all’età vittoriana e poi confortati del fatto che se lei e lei e quell’altra sono state stuprate tu sai, di certo, in cuor tuo, perché te l’hanno detto quei patriarchi lì, che a loro è capitato perché se la sono cercata. Questo favorisce la divisione moralista tra donne perbene  e per male, ti evita la paura, ti dice che a te non accadrà mai, e invece, guarda un po’, succede a tante, e per di più succede soprattutto in famiglia.
Se, infatti, ti stupra un parente, padre, marito, fratello, nonno, zio, allora la cosa sarà anche più complicata. Ti troverai contro anche gli affetti che ti inviteranno all’omertà perché incapaci di vedere e subito pronti a rimuovere ogni cosa obbligando te a fare lo stesso. Se tu sei invece una sex worker e un cliente ti stupra, a te diranno addirittura che non puoi pretendere di fare una distinzione tra vendita di servizi sessuali e stupro, perché tu sei lì apposta per quello, come se la vendita dei servizi sessuali avesse a che fare, grazie anche allo stigma che viene legittimato dalle abolizioniste, con lo stupro. Non conta il fatto che quel cliente ti ha malmenata, fatto male, ti ha usata e abusata per ore e che non aveva, in ogni caso, alcuna intenzione di pagare.
Se tu sei tutte queste persone insieme e la persona che hai accusato di stupro è un militare, un tutore dell’ordine, uno di quelli che teoricamente dovrebbero difenderti, allora scordati la solidarietà di tre quarti dell’opinione pubblica, salvo una parte che parlerà di “mele marce” invece di parlare di un albero marcio, inteso come sessista dalla testa in giù, perché costruito secondo criteri e regole e culture machiste, omofobe e sessiste che il più delle volte non distinguono una vittima da un carnefice. In fondo sono sempre le stesse persone pronte a massacrare la tua autodeterminazione se scendi in piazza a rivendicare un diritto. Dunque cosa dovrebbe importargli di te se non ti considerano neppure una cittadina critica meritevole di ascolto e di rispetto?
Se tu sei una qualunque di queste donne ma sei una straniera, in special modo se sei riconducibile ad una cultura prossima a quella dell’Islam, se fino a ieri ti avrebbero sanzionata perché porti il velo o avrebbero affamato i tuoi figli a scuola perché la refezione non vale per i poveri e soprattutto per i figli di migranti. Se fino a ieri ti avrebbero volentieri espulsa dall’Italia o mandata a corroderti l’anima in attesa del nulla dentro un Cie, improvvisamente diventi meritevole di attenzione. Ma bada, questo accadrà soltanto se a stuprarti sarà stato il tuo fidanzato, straniero, tuo padre, straniero, o chiunque si presti alla narrazione tossica che parla di una figlia che “voleva vestire all’Occidentale”. E invece, quei trogloditi lì, come se i nostri maschilisti fossero migliori, non glielo volevano permettere.
Ecco: facendo il conto di tutto quel che può succedere io stesso considero che tu sia stata stuprata mille volte. Quando lui ha osato metterti una mano addosso e quando poi il mondo intero ti ha usata, calpestata, violata, colpevolizzata, isolata, per fare di te carne da macello.
Questa è l’Italia. E ricorda: è qui che, purtroppo, vivi anche tu.