giovedì 30 aprile 2015

Libertà di informazione: siamo la pecora nera d'Europa



Freedom House, l’organizzazione non governativa statunitense che dal 1980 mappa e monitora lo stato della libertà di informazione nel mondo, ha appena pubblicato il rapporto 2015, relativo allo scorso anno.
I dati relativi all’Italia sono assai poco confortanti: il nostro Paese resta, in termini di libertà di informazione, 65° su 199 ma, soprattutto, nella schiera degli Stati che Freedom House definisce “parzialmente liberi” in termini di libertà di informazione.
E’ la stessa posizione del 2014 con lo stesso punteggio, 31 – in una scala nella quale vicino allo zero ci sono i più liberi e vicino a 100 i meno liberi – assegnatoci lo scorso anno.
Ma le buone notizie – o, almeno, quelle non negative – si fermano qui.
Guai, naturalmente, a sottovalutare un dato che è, comunque, moderatamente confortante se si tiene conto che, secondo Freedom House, il 2014 è stato il peggiore anno, negli ultimi dieci, in termini di libertà di informazione nel mondo con appena il 14% della popolazione globale che vive in Paesi nei quali vi è effettivamente un adeguato livello di libertà di informazione.
Ma guai, allo stesso tempo, a considerare lusinghiero un posizionamento che è invece drammatico specie se contestualizzato in termini geopolitici.
Benché, infatti, il nostro Paese sia 65° su 199 nel mondo, siamo 30° su 42 nel continente europeo e siamo seguiti solo da Paesi come l’Ungheria, la Bulgaria, il Montenegro, la Croazia, la Serbia, la Romania, l’Albania, il Kosovo, la Bosnia Erzegovina, la Grecia, la Macedonia e la Turchia.
Una dozzina di Paesi – quelli che seguono l’Italia nella classifica stilata da Freedom house – che, senza nulla togliere alla loro storia, cultura e tradizione né voler esprimere alcun giudizio di valore, non rappresentano, certamente, delle eccellenze democratiche nel Vecchio Continente.
Ma, purtroppo, non basta.
Perché Freedom House – come già in passato – annota una circostanza che dovrebbe farci riflettere sulla situazione drammatica dello stato di libertà di informazione in Italia: l’Europa è, infatti, il continente con la più alta concentrazione di Paesi nei quali la libertà di informazione c’è per davvero.
Siamo quindi la pecora nera di un continente che – per storia, cultura e tradizione – costituisce, al contrario, un’eccellenza nel mondo intero in termini di libertà di informazione.
E per averne conferma basta mettersi davanti la mappa dell’Europa sulla quale Freedom House ha colorato in verde i Paesi nei quali c’è libertà di informazione ed in giallo quelli nei quali si vive in condizioni di semi-libertà.
L’immagine parla più di un fiume di parole: l’intera Unione Europea, eccezion fatta per il nostro Paese e per quelli dell’est, più di recente entrati nell’Unione, è interamente colorata di verde.
Sono verdi, perché libere, la Francia, la Gran Bretagna, l’Irlanda, la Germania, lo sono naturalmente i Paesi Scandinavi – che guidano addirittura la classifica mondiale – e lo è l’Austria, come l’Olanda, il Belgio, il Lussemburgo e lo è, persino, Cipro.
E’ libera, in termini di libertà di informazione, il 66% dell’Europa e sono liberi oltre 400 milioni di cittadini europei.
Non dispongono, invece, di un adeguato livello di libertà di informazione i cittadini italiani ed altri 100 milioni di cittadini in Europa che corrispondono, appena al 21% della popolazione del Vecchio Continente.
E se si ritrae lo zoom e dalla mappa europea si passa a guardare quella del mondo intero non si porta a casa un’impressione più confortante perché il giallo che colora il nostro Paese e quelli in analoghe condizioni di semi-libertà ci accomuna, essenzialmente, a buona parte del Sudamerica, ad alcune regioni africane, all’Europa dell’est ed all’India.
Sono colorati in verde, invece, oltre al resto dell’Europa, gli Stati Uniti d’America, il Canada e l’Australia.
Insomma a guardare la mappa del mondo di Freedom house e, ancor di più, a guardare quella del Vecchio Continente e dell’Unione europea in particolare, ci si sente piccoli, piccoli in termini di libertà di informazione.
E’ una realtà – una delle tante – difficile da accettare.
Come è possibile, allo stesso tempo, voler essere considerati un Paese democratico ed avere così poca cura della libertà di informazione, indiscutibile pietra angolare della democrazia?
Ci sono poche cose, molto importanti, che vanno fatte subito se ci si vuole anche solo augurare che negli anni che verranno – la fine del 2015 è sfortunatamente troppo vicina – anche il nostro Paese possa essere colorato di verde sulle mappe di Freedom house.
Approvare subito – come inizia, per fortuna, a dirsi con insistenza – un Freedom of information act, chiudere la parodia del disegno di legge sulla diffamazione, depenalizzandola per davvero e resistendo alla sciocca ed inopportuna tentazione di approfittare dell’occasione per imbavagliare l’informazione che corre sul web e, soprattutto, stabilire, una volta e per tutte, che ogni bit di informazione pubblicato online è democraticamente sacro e spetta solo ad un giudice ordinarne la rimozione.


mercoledì 29 aprile 2015

Papa Francesco: finalmente la Chiesa abbraccia l’emancipazione femminile



Le parole di oggi di Papa Francesco irrompono nel dibattito pubblico, come sempre dissacranti, letteralmente in questo caso. Adamo viene rimesso al suo posto, come un vile che incolpa la donna del furto della mela e finalmente la Chiesa abbraccia esplicitamente l’emancipazione femminile come un valore irrinunciabile.
Ogni qualvolta ci sembra di esserci abituati allo stile di Francesco, lui sorprende tutti noi con una nuova uscita, unica, tanta è la sua semplicità e chiarezza. Sono parole della persona di buon senso, ma che diventano proprio per questo rivoluzionarie, tanto sono dirompenti nel mondo del dibattito pubblico mediatizzato, assai refrattario a certi temi.
In particolare il femminismo viene dato ormai come una tematica superata e quindi per acquisiti i risultati che ha inteso ottenere con le sue lotte durate ben oltre un centinaio d’anni. Se ne parla quasi esclusivamente per legarlo al tema delle leggi elettorali, delegando a piccole élite il compito di sviscerare gli altri campi, come non fosse evidente nella quotidianità e non solo nella rappresentanza, la profonda ingiustizia che subiscono le donne nel mondo. Un velo spesso, anche se poco visibile e che copre i troppi aspetti in cui ancora le donne subiscono discriminazioni di ogni tipo, economico e sociale in primis, a dispetto del dibattito che nel 1948 aveva portato madri e padri costituenti a ribadire la necessaria “fattività” ai principi ribaditi dagli artt. 3, 31, 32 e 37 della Costituzione. Ragioni profonde e culturali che Papa Francesco evidenzia.
Oggi ha rotto quel velo e la speranza è che le parole del Papa servano a riportare al centro del discorso le tematiche della donna come componente fondamentale della società, dando forza e coraggio a tutte, per unirle e rivendicare la presenza “giusta”, quella che compete a loro, per numero e sostanza.

martedì 28 aprile 2015

L’Italia può essere il miglior paese del mondo, ripartiamo da Milano?


A Shanghai si è svolta una fiera in cui erano presenti decine di aziende italiane, insoddisfatte dell’organizzazione e di una gestione dell’ICE che era meglio non ci fosse, abbandonate a se stesse, con un paragone impietoso addirittura allo spazio delle aziende tedesche, con lo scandalo, di uno stand di 2 metri per 2 per pubblicizzare Expo (nella città del precedente Expo) senza neanche una persona a spiegare alcunché, lasciato vuoto con due volantini in balia di se stesso e completamente inutile.
Ma nel contempo c’erano giganteschi stand di aziende cinesi che esponevano prodotto cinese di bassa qualità con gusto italiano, con immagini enormi del Duomo, della Galleria, con ogni cosa che potesse ricordare Milano e la Bellezza dell’Italia. Non Parigi o Londra, sia chiaro, ma Milano. E negli occhi delle persone, cinesi quando sentivano la parola Milano, si vedeva lo sguardo illuminarsi, magari non capendo altro e non serviva altro, per acquisire credibilità e spessore.
A Singapore si è avuto modo di toccare con mano quello che Milano è e deve ambire ad essere, semplicemente la città più ‘figa’ d’Europa, permettetemi il termine, in tutti i suoi aspetti, così come Singapore lo è per l’Asia. La città dove tutti vogliono vivere e costruire il proprio futuro.
Negli stand di multinazionali estere c'erano diversi italiani che li vivono e che fanno parte di quei 23 miliardi di euro di istruzione che regaliamo agli altri Paesi dopo averli formati per 20 anni da noi. In ognuno di loro, che guadagnano stipendi inimmaginabili qui da noi ora, pagano il 5% di tasse e hanno la città con i migliori servizi al mondo, si è avvertita una mancanza di Italia che cova sotto a ogni cosa, e che ce li riporterà prima o poi. Torneranno tutti, da lì come da ogni parte del mondo.
C’è un esercito di intelligenze, competenze, esperienze italiane che è la più grande ricchezza che ha il nostro Paese e che non aspetta altro che li facciamo tornare.
E contemporaneamente c’è un esercito ancora più grande di umanità che vive in posti che non eguaglieranno mai la qualità di vita del nostro Paese e che sognano l’Italia, l’amano senza conoscerla, la vorrebbero vivere in ogni suo aspetto.
Ecco, a queste due classi di persone noi ci dobbiamo rivolgere nella nostra azione sociale e politica con una visione ben precisa.
Per far tornare questa umanità italiana e far arrivare la prima volta questa umanità nuova dobbiamo avere la visione e la convinzione che l’Italia ha tutte le caratteristiche per essere il migliore Paese del mondo e che Milano può e deve esserne la porta d’ingresso.
Dobbiamo avere l’ambizione di prendere spunto da questi esempi di eccellenza per pensare una città che sia ancora più pulita, più sicura, più verde, più aperta e rispettosa delle diversità, che sia un centro di eccellenza per gli studi e per la ricerca, che diventi il posto migliore in Europa dove aprire aziende e inseguire i propri sogni di start up, dove artisti e creativi vogliano venire a mischiarsi e confrontarsi, che sia il posto migliore dove mettere su famiglia e cominciare a fare figli con un grande ottimismo verso la vita e verso il futuro.
Siamo la Regione più produttiva d’Europa, siamo nel posto geograficamente migliore in Europa, abbiamo aziende eccellenti in diversi settori, e attraiamo qui i migliori cervelli dell’Italia, prima di farli scappare all’estero a inseguire i propri obiettivi.
Ecco, proprio perché ogni grande conquista è un sogno prima di diventare realtà, mi piacerebbe avessimo tutti insieme questo sogno di rendere Milano la città dove realizzarsi, dove la gente voglia venire per creare il proprio futuro, immaginiamola come capitale della rinascita italiana, e un centro di sperimentazione di tutte le buone politiche che possano portare sviluppo.
E dal momento che copiare bene è meglio che innovare male, cerchiamo di comprendere quello che realtà come Singapore, Barcellona, Berlino o altre possono insegnarci in termini di sviluppo pubblico, di buona amministrazione, di attrazione di cultura e arte, di trasporti, di semplificazione dei servizi e di miglioramento della vita quotidiana.
Se chi avrà la responsabilità politica della nostra città nei prossimi anni avrà l’ambizione di inseguire questo sogno, e saprà coinvolgere le migliori risorse e i migliori cervelli, sono sicuro che questi obiettivi cosi grandi saranno possibili, e a giovarne sarà in ultima istanza tutta la nostra comunità.

lunedì 27 aprile 2015

Efficienza, non piagnistei



In un articolo scritto su Repubblica ieri, si evidenziava la rabbia, l'impotenza e la frustrazione delle Forze dell'Ordine nel contrastare i ripetuti fenomeni di violenza che accadono quasi domenicalmente nei nostri stadi. Hanno ragione. Così non si può andare avanti. Serve un intervento drastico e deciso sul modello di quello applicato in Gran Bretagna che ha eliminato, almeno in patria, il fenomeno degli hooligans.
Fatta questa doverosa premessa, però entriamo più nello specifico ed analizziamo con attenzione il comportamento delle nostre Forze dell'Ordine.
Ovviamente prendo ad esempio il caso più recente e ancora di attualità del Derby di Torino.
Primo: far passare il pullman della Juventus in via Filadelfia è stato un atto di una leggerenza imperdonabile che evidenzia quanto sia stato sottovalutato ciò che poi è avvenuto nella realtà. E' stato come, perdonatemi il paragone, gettare una ragazza superfiga in una cella di carcerati. Sul posto erano presenti poliziotti e carabinieri ai quali non sarà sfuggito che c'era un notevole assembramento di tifosi del Toro. Cosa pensavano, che all'arrivo del pullman della Juve, come le acque davanti a Mosè, si sarebbero aperti in due ali di devoti festanti l'odiata avversaria?
I responsabili avrebbero dovuto segnalare il possibile pericolo di attacco e far fare al mezzo di trasporto il giro più largo, passando dall'altra parte dello stadio, in corso Unione Sovietica, per imboccare via Filadelfia dalla parte opposta dove non c'era nessuno. Non sarebbe successo nulla.
Secondo: ho letto alcune interpretazioni fantasiose di petardi e bombe carta che verrebbero nascosti negli slip di bambini e ragazze per passare ai controlli. Ma per piacere! Lo sanno anche le pietre che tutte queste armi improprie non entrano all'interno dello stadio la domenica, ma durante la settimana quando non ci sono controlli. Gli Ultras hanno i loro nascondigli e si fanno beffe dei poliziotti.
E qui che manca totalmente un minimo di intelligence da parte delle Forze dell'Ordine nel tentare di infiltrarsi all'interno di questi gruppi organizzati per capire come operano, come fanno a far entrare fumogeni, petardi e bombe carta all'interno dello stadio per poi requisirli.
Quello che voglio dire è che si assiste passivamente, senza alcun tipo di intervento, allo strapotere ultrà, che finchè non sarà combattuto realmente con uomini preparati e dedicati a questo tipo di missioni, continuerà a imperversare.
Un plauso quindi alle nostre Forze dell'Ordine per il loro continuo sacrificio e impegno, però svegliatevi signori perché la prossima volta ci scappa di nuovo il morto. 
    

domenica 26 aprile 2015

Naufragio migranti: un Paese a civiltà sospesa che odia perfino i morti


Per tutto ciò che sto per dire contro il Paese carogna che sembra diventato in questi giorni l’Italia, ci sono tre eccezioni: Emma Bonino che ha detto da sola le sole cose che una persona adulta (prima ancora che politica) avrebbe dovuto dire davanti alla tragedia delle centinaia di morti in mare. Walter Veltroni che – giudicatelo come volete – ha fatto un film buono e di sentimenti normali, in mezzo a un vortice di furore cattivo e stupido. E poi il Papa che come accade sempre, è solo nel tentare di far tornare un minimo di buon senso, se non di fraternità nella testa e nel cuore di chi lo ascolta.
Questo è un Paese spaccato su tutto, dunque anche sul film di Veltroni I bambini sanno, fra chi lo approva anche solo perché i bambini sono carini, e chi ne dice male anche solo perché è un film di Veltroni. Ma il film ha fatto centro (come le parole della Bonino e del Papa) in un momento strano e stravolto della vita italiana. In poche ore è accaduto qualcosa che ha cambiato l’umore del Paese. Una tremenda disgrazia in mare (errore dello scafista? Errore del mercantile accorso, una vampata di panico dei disperati migranti stipati nel barcone, in parte storditi dal freddo sul ponte, in parte abbattuti dal caldo nauseante della stiva?), la barca da soccorrere si è rovesciata e quasi tutti (forse 800, uomini e donne, e c’erano anche 50 bambini) sono scivolati in fondo al mare, dove è impossibile trovare persino i corpi. In quel momento è esplosa in Italia una rabbia feroce, una cattiveria che ha perso ogni appartenenza politica e ogni limite. Un vero impeto di violenza, repulsione, rigetto, presa di distanza non contro i persecutori o la guerra. No, contro le vittime, divenute di colpo colpevoli. Queste e quelle che verranno. Non so se un fatto simile sia mai avvenuto. Ma proprio mentre i migranti abbandonati per risparmiare sull’operazione Mare Nostrum sono affogati (come era stato predetto da chi aveva implorato “non fatelo!”) i nostri concittadini hanno cominciato a odiare non l’abolizione dei soccorsi, non il risparmio che equivale (si sapeva, dato il grandissimo numero di salvati) a una serie di condanne capitali. Ha cominciato a odiare i morti, come nelle esecuzioni medievali, in cui la folla urlava insulti al condannato, di cui non sapeva nulla, fino al patibolo.
Per una ragione che forse neppure gli esperti di psichiatria e di comportamenti di massa ha ancora decifrato, la questione “troppi morti in mare”, che avrebbe dovuto portare, almeno nei comportamenti pubblici, lutto, dolore, partecipazione, cordoglio, ha istantaneamente creato tre curve di ultras. Nella prima si chiedeva di creare delle tendopoli “sul posto”, diciamo dalla Somalia alla Libia, impedendo ai fuggiaschi di diventare invasori, inchiodandoli al loro disperato Paese (“è li che bisogna aiutarli”). La seconda, in piedi e scalmanata, avvertiva che i migranti già pronti a venire e già schierati in spiaggia con i bagagli, erano più di un milione (più di un milione!) e avrebbero portato, oltre l’ingente ingombro fisico, le loro malattie (scegliere fra tubercolosi, ebola, scabbia) e il terrorismo. Dunque un danno spaventoso a noi, alla Sindone, all’Expo e alle nostre opere d’arte. La terza ha urlato e continua a urlare la nuova idea: bombardare. Con alcune variazioni: la Libia, i porti, le barche prima che partano.
La ragione che non ha diffuso subito il panico è che siamo governati con fermezza anche un po’ brutale ma efficace, da un “uomo solo al comando” che discute poco, decide subito, ha i suoi consiglieri (anche se non li conosciamo tutti) e dunque eravamo in attesa di vedere, e un po’ anche di ammirare lo scarto fra idee folli da sottocultura Lega Nord-Casa Pound, e un modo serio di fare politica. Prima di tutto, per esempio, esigere la partecipazione al dramma del resto d’Europa. Purtroppo si sono verificati alcuni problemi, alcuni noti a tutti (come la imbarazzante mancanza di autorevolezza della Mogherini, l’Alto Commissario e la vicepresidente d’Europa, come la mancanza di attenzione di un buon numero di governi europei per il governo italiano, ovvero chi poteva non venire non è venuto, e chi è venuto non ha mosso un dito).
E poi nessuno si aspettava che il giovane e nuovo Renzi portasse, come patrimonio della strategia italiana, il programma elettorale di Salvini: il problema non sono i morti, che non richiedono neppure la fatica del seppellimento o lo spazio di un cimitero. Il problema sono i migranti vivi, che non devono arrivare. Il problema dei migranti si risolve stroncando i viaggi (ovvero privarli di una libertà fondamentale) e bloccando il mare, che è una permanente operazione di guerra. Più facile, perché suddiviso in episodi necessari, bombardare la Libia, i porti, le barche. L’idea è comunque il mare chiuso e la sospensione della civiltà. Ovviamente il costo è molto più alto dell’operazione “Mare Nostrum” e certo, nel loro silenzio scettico, i tre annoiati compagni di tavolo di Renzi ci avranno pensato.
E infatti non hanno detto né deciso niente. Ma alla fine, anche per invitare Renzi a concludere, i tre annoiati compagni di “seminario sui morti”, che devono restare morti, nel senso di non far niente per salvare i prossimi, (Francia, Germania, Regno Unito) hanno dato un mandato curioso alla Mogherini: vada in Libia a sondare gli umori tra le varie fazioni, per vedere se vogliono essere bombardati. Francamente non si può non provare solidarietà per questa inadeguata ma volonterosa persona spinta dove non può andare e disperatamente messa alla prova (credo anche con cattiveria) per ciò che non può fare. Ma questa è la nostra politica estera al momento. Ah, ed essere informati mesi dopo della morte in Afghanistan, causa drone male addestrato, di un “coadiuvante” italiano rapito tre anni fa e, per quanto se ne sa, mai cercato.

sabato 25 aprile 2015

La guerra dei droni



È straordinario come basti che un qualsiasi politico appena più garrulo del solito pronunci la parola magica che in televisione, sui giornali, su Internet si scateni la canea dei ripetitori impenitenti e purtroppo impuniti. Impuniti perché il ripetitore seriale di ovvietà o di stupidaggini genera a sua volta una valanga di imitatori, uno peggiore dell’altro. E alla fine nessuno sa chi abbia iniziato e tutti seguono come i famosi topi del pifferaio di Hamelin. Con questa storia delle barche che portano ondate di disperati in fuga c’è solo l’imbarazzo della scelta delle parole sbagliate e inutili o usate a vanvera, ma blocco navale e drone battono tutte. Con drone che vince di gran lunga sia nelle preferenze dei ripetitori seriali che nell’entità delle stupidaggini che riesce a generare.
Naturalmente il novanta per cento di chi dice drone non sa di cosa parla. A cominciare dalla parola stessa che ormai è stata acquisita nel linguaggio comune dell’englitaliano per cui si legge “drone” come è scritto e diventa “droni” al plurale. Ce ne faremo una ragione, anche se riesce ancora difficile capire perché una lingua come la nostra che ha 183.594 parole registrate nel Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia (senza contare quelle contenute negli aggiornamenti del 2004 e del 2009) debba andare a farsene prestare di nuove dagli inglesi che nel loro Oxford English Dictionary  ne registrano “appena” 171.476.
Comunque. Nel racconto fantastico di politici arruffoni e giornalisti approssimativi il drone, assurto a feticcio, ha due caratteristiche: può fare tutto ma soprattutto è invincibile e non sbaglia un colpo.
Ci sono cento barconi da distruggere? Zack, zack e bi-zack. Pulvis es et in pulverem reverteris.
Naturalmente chi ci fornisca i mitici droni non si sa. L’Italia, che è uno dei primi e maggiori operatori europei di Uav (Unmanned Aerial Vehicles) o Apr (Aeromobili a pilotaggio remoto) nella vulgata italiana, ne ha dodici rigorosamente disarmati non perché siamo pacifisti (che stupidaggine!) ma perché gli americani non ci danno il permesso di montarvi le armi. Gli inglesi lo possono fare, noi no. Essere alleati dà dei vantaggi che non sono necessariamente estesi ai maggiordomi anche se li fanno accomodare nello studio ovale e gli si rivolgono con un confidenziale “Matteo”.
Ma ammettiamo per un momento di averle queste armi. Parliamo dei missili Hellfire, nati come controcarri lanciati da elicottero, hanno trovato una seconda vita riciclati come cancellatori di alqaedisti/jihaddisti da bordo degli Uav americani e inglesi. Se li avessimo e li potessimo sparare contro i barconi si porrebbe subito un bel problema. Quanti ce ne vogliono? Quanto ci costerebbero? Ammettendo che ogni tiro sia un centro (neppure Guglielmo Tell sarebbe sicuro di fare cento centri con cento colpi) parliamo di decine, forse centinaia di missili. Barconi, barchette, gommoni, pescherecci: ne salpano decine al giorno e non solo dalla Libia. E ogni missile costa quasi 6700 dollari, non proprio bruscolini. E quanto tempo impiegheremmo per fare piazza pulita di ogni possibile bersaglio? Mesi, forse, considerando che un Apr armato porta al massimo 2 o 4 missili. E nel frattempo, in attesa della soluzione finale per i barconi, se la genialissima idea di usare i droni come li chiamano, passasse, cosa dovremmo fare? Chiedere ai trasportatori di astenersi? Di non procurarsi nuove barche? Ditecelo per favore. Siamo curiosi.
Costose, ma senza rischi, le missioni. Dicono. Nessun pilota andrà perso o catturato. Loro stanno seduti a qualche migliaio o centinaio di chilometri. Gli italiani sono nella base “Luigi Rovelli” di Amendola a due passi dal Gargano e a un tiro di schioppo dalle spiagge dell’Adriatico. Sembra un videogioco, come racconta qualche rara testimonianza di chi vi ha operato, e come tutti i videogame la realtà non è fisica, è virtuale, è una telecamera che rimanda immagini più o meno nitide. È come in tutti i videogiochi chi spara non sbaglia mai. Almeno questo è quello che ci raccontano: laser, satelliti, telecamere che vedono di notte e di giorno tutto parla di un’invincibile precisione. Peccato che il punto di vista di quelli che stanno dall’altra parte del missile non sia esattamente lo stesso. Senza citare il povero Lo Porto ammazzato non dai suoi rapitori ma da un missile dei suoi liberatori putativi, i morti “collaterali” fatti dai velivoli a pilotaggio remoto americani in questi anni sono stati centinaia, forse migliaia. Un articolo apparso qualche mese fa sul britannico Guardian che cita dati di Reprieve, un’organizzazione inglese di difesa dei diritti umani, rivela come per eliminare appena 41 “bersagli” distribuiti tra Yemen e Pakistan, gli Apr americani abbiano lanciato centinaia di missili uccidendo 1147 civili, comprese donne e bambini. Quasi 29 ammazzati per ogni presunto terrorista. Ad esempio, per uccidere il capo talebano Baitullah Mehsud sono servite sette missioni e sono state uccise 164 persone, oltre al bersaglio. Per Qari Hussain, ucciso il 7 ottobre 2010, sono stati necessari 6 bombardamenti e 128 morti. Naturalmente una parte dei 41 “bersagli” è ancora viva e vegeta nonostante gli attacchi. Ayman al-Zawahiri, attuale capo di al Qaeda, è vivo nonostante almeno due attacchi con i droni e 105 “collaterali” uccisi. Oppure Nasser Abdel Karim al Wuhayshi, leader della stessa al Qaida nello Yemen, che è stato preso di mira due volte inutilmente ma uccidendo in compenso altre 38 persone. Tanto per confermare la precisione e l’affidabilità dei droni.
Sono tanti i fattori che impattano sulla precisione e efficacia degli Apr. L’intelligence, in primis. Difficile essere certi di che cosa si trovi qualche chilometro più in basso se ci si affida solo alle telecamere o alle intercettazioni radio. Ancora più difficile se chi lancia i missili sta a settemila chilometri di distanza, come nel caso dei piloti americani. Dirigono le loro armi dalla Creech Air Force Base nel deserto del Nevada vicino Las Vegas. Qui si trovano il 432nd e il 732nd Operations Group da cui dipendono tutti gli Apr statunitensi. E da qui operano anche i piloti del 39 Squadron della Raf britannica che controllano i droni armati Reaper. Essere così lontani dall’aereo che si controlla comporta anche non pochi problemi di coordinamento. Un comando impiega alcuni secondi ad arrivare all’aereo e viceversa. Il segnale, che passa su un satellite, deve viaggiare per 72mila chilometri. L’effetto è quello di certe dirette tv, con silenzi lunghissimi tra domanda e risposta. Immaginate la pausa applicata ad un obiettivo che magari è in movimento. Quando il missile arriva il bersaglio è già altrove. Chi ammazzerà il missile?
E comunque la favoletta della guerra a distanza pulita è una pura e semplice storia fabbricata per intossicare l’opinione pubblica e farle credere che ci possano essere delle buone uccisioni, dei Good Kill come si intitola il film di Andrew Niccol che racconta le giornate di questi uomini nell’ombra. E come vi potrà confermare Raymond Bryant, un operatore americano di droni che dopo oltre 1600 missioni di morte è stato congedato con un Ptsd (disturbo post traumatico da stress), una sindrome psichiatrica che di solito colpisce i combattenti. Ma reale o virtuale, per il cervello l’immagine della morte si sovrappone. E per chi si trova al centro del reticolo di mira, la morte ha lo stesso odore che sia sporca o pulita.

venerdì 24 aprile 2015

La "Disunione Europea"



Se i 10 punti del piano-Ue per fronteggiare le stragi del Mediterraneo, fossero stati davvero risolutivi, potete giurarci: sarebbero già stati operativi. Il problema invece è un altro: l’Euro-blob istituzionale ha deciso, tanto per cambiare, di non decidere. Triton non si tocca e la questione dei richiedenti asilo è solo di ordine pubblico e di controllo delle frontiere esterne; poi, le domande d’asilo dovranno essere valutate più in fretta, e per tutti, dai doganieri del solito sud Europa di Italia, Grecia e Spagna; infine bisogna distruggere le navi degli scafisti, bloccare i migranti all’altezza del Niger. E magari, suggerisce Renzi, anche intervenire militarmente in Libia. Un bel capolavoro: siamo di fronte alla più grave crisi umanitaria dal dopoguerra e le cancellerie d’Europa che dicono? “Tranquilli, ci pensiamo noi a piombare le fessure della fortezza” ma senza dire una parola sul disastro umanitario, sulle vite spezzate, sul sangue che ha sporcato il Mediterraneo; per quelle basta il minuto di silenzio.
E invece il problema sono proprio gli Stati, ostaggio di opportunismi e stupidologia istituzionale. Volete due esempi? Regno Unito: sì agli aiuti, no ai migranti. Tanto l’agenda della campagna elettorale la detta Farage ed i richiedenti asilo non portano un voto (al massimo ne fanno perdere) e poi c’è l’Olanda, messa in scacco da 160, dico 160, richiedenti asilo. Il governo lib-lab c’è quasi caduto per decidere se è violazione dei diritti umani o meno, dare un pasto ed una doccia a gente senza documenti. Poi ha deciso: aiuti solo a chi se ne va. E tante grazie dal mercato di uomini, che fiorente fa affari d’oro dal Baltico al Mediterraneo: libera circolazione di schiavi, questi ultimi, cornuti (per tutto il denaro che sborsano per arrivare in Europa) e mazziati (perché le loro sorti sono condizionate dal calcolo di illustri statisti del calibro di Farage, Salvini, Wilders, Le Pen etc.).
Fino al 2008, gli sbarchi rappresentavano solo il 12% degli arrivi via mare e per quanto il numero di sbarchi sia da allora raddoppiato in cifre assolute, parliamo pur sempre di piccole percentuali. Questo vuol dire che una normativa chiara e ragionevole, avrebbe evitato tragedie e la tratta di esseri umani. E invece ci troviamo con Fabrice Leggeri, capo di Frontex che dice “salvare i migranti non è una nostra priorità”. Probabilmente manca di tatto ma non ha tutti i torti: l’agenzia fa ciò che la politica dice di fare. E la politica non vuole sporcarsi le mani con i rifugiati, convinta che respingimenti e blocchi navali, filo spinato di mare insomma, a difesa dell’euro-bunker servano a dimenticare ciò che accade, quasi a vista, a sud delle nostre coste.
Su questo dimostrano di non aver capito nulla: nessuno fermerà chi scappa da fame e conflitti, nessuno. Non ci riusciranno le schifezze scritte (in orario d’ufficio) dai nazi-zombie senz’anima, senza cervello e senza cuore che pendono dalle labbra del Salvini di turno, non ci riusciranno leggi draconiane e non ci riuscirà nessuna nave con licenza di respingere. Quelli che si imbarcano in Libia hanno attraversato deserti, montagne, paludi e foreste, sono stati picchiati, derubati, torturati; hanno rischiato il tifo ed ogni genere di malattia gastro-intestinale per aver mangiato cibo avariato o bevuto acqua non potabile e stipati come bestie, sono saliti su una carretta con il rischio di non scendere vivi; con questa gente, nella stragrande maggioranza dei casi inerme e vulnerabile, se la prende Salvini schiumante di rabbia e l’euro-burocrazia delle chiacchiere a vuoto, senza rendersi conto che la tragedia dei richiedenti asilo del Mediterraneo è un conto che la storia sta presentando alla vecchia Europa. Un conto che, prima o poi, dovremo pagare.



giovedì 23 aprile 2015

La rivoluzione del divorzio breve



Il divorzio breve è legge e sarà operativo anche per i procedimenti in corso. L’aula della Camera ha approvato in seconda lettura e in via definitiva il disegno di legge che è ora pronto per essere pubblicato sulla Gazzetta ufficiale e diventare legge. I voti favorevoli sono stati 398, i contrari 28, gli astenuti 6. A votare a favore insieme alla maggioranza sono stati anche Forza Italia – che ha sottolineato di avere lasciato libertà di scelta ai singoli deputati – Sel, Alternativa libera, Movimento 5 stelle. La Lega Nord, che si è invece dichiarata contraria, ha lasciato libertà di coscienza.
Dopo il sì del Senato, anche la Camera si è quindi espressa favorevolmente. Il ddl approvato prevede che per le richieste di divorzio “consensuale” serviranno 6 mesi, mentre lo scioglimento del matrimonio con ricorso al giudice necessiterà di un anno rispetto ai 3 fino ad ora necessari. Tra le novità la decorrenza del tempo: non partirà dalla prima udienza di fronte al presidente del tribunale, ma dal deposito della domanda di divorzio. Nuove indicazioni anche sull’affidamento dei figli e il loro mantenimento: la sentenza del giudice varrà anche dopo l’estinzione del processo, fino alla sostituzione da un altro provvedimento emesso per ricorso. Sono previste modifiche anche sul fronte della separazione dei beni. Il ddl prevede che la comunione venga meno già nel momento in cui il giudice autorizza la coppia a vivere separata. Il divorzio breve, come già menzionato, sarà operativo anche per i procedimenti in corso.
La proposta di legge sul divorzio breve era all’esame del Parlamento da quasi due anni. Durante il passaggio al Senato, dopo un lungo dibattito durato più di 7 ore, è stata stralciata la norma sul “divorzio lampo“ introdotta durante il passaggio in commissione Giustizia. La procedura di divorzio immediato, se approvata, avrebbe consentito di ottenere il divorzio in 6 mesi, a patto che la richiesta di separazione fosse stata consensuale e a condizione che i due coniugi non avessero avuto figli minori, figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave o figli di età inferiore ai 26 anni economicamente non autosufficienti. La relatrice del ddl al Senato, Rosanna Filippin (Pd), ha intenzione di riproporre il divorzio diretto in una legge a sé.
Alessia Morani (Pd), relatrice del ddl sul divorzio breve, ha espresso la sua soddisfazione su Twitter: “Il divorzio breve è legge. L’avevamo detto, l’abbiamo fatto. Questo Paese lo cambiamo davvero #cosefatte #cosegiuste #lavoltabuona”. Anche Luca D’Alessandro, co-relatore con Alessia Morani, ha commentato sul social: “Il divorzio è breve! Approvata definitivamente la legge. La politica dei fatti e non delle parole”. Matteo Renzi ha twittato: “Il #divorziobreve è legge. Un altro impegno mantenuto. Avanti, è #lavoltabuona”. Il Pd è soddisfatto del risultato e Barbara Pollastrini ha scritto in una nota: “Il divorzio breve è legge dello Stato! Un passo importante nella civiltà del diritto, per il rispetto delle persone e della cultura del Paese”.  Area popolare si è espressa positivamente sulla legge e Dorina Bianchi ha specificato in aula: “Ridurre i tempi per il divorzio è un atto importante, perché risponde in modo adeguato ad una richiesta della nostra società”. Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, non è stata dello stesso parere: “Voto contro il ddl sul divorzio breve: no al matrimonio usa e getta soprattutto in presenza di figli. I bambini non sono un dettaglio: vanno tutelati sempre”. Anna Finocchiaro, presidente della commissione Affari Costituzionali, ha commentato: “Non è una scelta di leggerezza ma una scelta di responsabilità. Il divorzio breve è dunque una pagina di civiltà che ci incoraggia a proseguire sul cammino delle riforme che riguardano i diritti delle persone”. Giuseppe Marinello, presidente della commissione Ambiente del Senato (Ap) ha usato parole dure: “Con il divorzio breve il Parlamento oggi ha delegittimato e banalizzato il matrimonio tra uomo e donna, quasi rendendolo ridicolo. Se questa è civiltà, non posso che prendere le distanze da un provvedimento di legge di cui mi vergogno come parlamentare e come senatore del Nuovo Centrodestra”.
Famiglia Cristiana ha per ora commentato sul proprio sito la nuova legge sul divorzio breve: “Il Parlamento ha offerto una prova di forza trasversale a danno, ancora una volta, della famiglia. Ridurre il matrimonio a qualcosa di sempre più simile a un patto elastico di convivenza, che si può sciogliere in brevissimo tempo e con estrema facilità, è un pericolo per tutti a cominciare dai figli, le vere vittime di questi casi. A parole tutti i politici affermano di voler difendere la famiglia ma purtroppo si legifera in senso esattamente contrario come dimostra questa riforma”.

mercoledì 22 aprile 2015

La strategia di Renzi



C'è ansia nelle segreterie dei partiti per capire quali saranno le prossime mosse del Presidente del Consiglio. La sostituzione avvenuta ieri all'interno della Commissione Affari Costituzionali della Camera dei dieci "dissidenti" della minoranza PD, ha provocato una reazione violenta da parte delle opposizioni. Probabilmente non ci sono precedenti nella storia repubblicana del nostro paese. Neppure Berlusconi, durante il suo ventennio di potere, si era mai spinto a tanto. Ad onor del vero, c'è da dire che, non solo nel partito di Berlusconi, ma in un tutto il centrodestra, non c'è mai stata alcuna minoranza. Le truppe cammellate del Cavaliere sono sempre state fedeli e nessuno si è mai permesso di uscire fuori dal coro contestando il verbum del Capo.
Renzi ormai sta puntando dritto al voto in aula, dove potrebbe esserci la conta, una sorta di Armageddon finale che deciderà non solo le sorti dell'attuale governo, ma molto probabilmente anche quelle della legislatura.
E' lecito ora chiedersi fino a che punto sono disposti a spingersi Bersani e compagni.
Renzi ormai non può più tornare indietro. Il tempo dei ripensamenti è scaduto. Non accoglierà le richieste della minoranza per due motivi: primo ormai è tardi e l'uomo "mediatico" Renzi non può permettersi gesti di debolezza o di improvvisi dietrofront dell'ultimo momento; secondo Renzi ha bisogno di portare a casa la legge elettorale per rafforzare ulteriormente la sua leadership e dimostrare agli scettici che il suo è veramente "il governo del fare" e delle riforme.
Cosa farà quindi la minoranza? Porterà fino in fondo le sue minacce facendo cadere il governo?
Non credo. Bersani e compagni sono consapevoli che assumersi la responsabilità di far cadere un governo guidato dal loro leader avrebbe un effetto devastante sulla base. Inoltre sanno perfettamente che in caso di elezioni anticipate, la schiacciante maggioranza renziana all'interno dell'Assemblea del PD imporrà candidature "amiche". La minoranza rischierebbe di dissolversi. Bersani, Cuperlo, Civati probabilmente andrebbero a casa.
Anche in caso di voto segreto, io credo che la legge passerebbe. In questo momento anche il centrodestra è lacerato da polemiche interne, da divisioni intestine tra le sue varie componenti e non ha alcun interesse ad andare ora al voto in queste condizioni.
Senza considerare tutti i peones che non hanno nessuna intenzione di mollare ora la propria poltrona.
Ma uno come Razzi chi lo candiderebbe in una eventuale nuova tornata elettorale?
E quindi allora, cosa accadrà? Io credo che l'Italicum verrà approvato senza modifiche, lasciando però morti e feriti.
E sarà a quel punto che la minoranza PD dovrà decidere se sancire la propria inutilità o dare vita a un nuovo soggetto politico.
Ormai deve farsi una ragione del fatto che nel PD di Renzi non c'è più posto per i postcomunisti nostalgici di occhettiana memoria.
  

lunedì 20 aprile 2015

Il Mediterraneo, campo di sterminio di massa



Sabato nel centro del paese c'erano bambini lampedusani che giocavano a calcio con i profughi, ridevano e scherzavano, mentre nella chiesa i volontari stavano dando vestiti alle persone che erano venute dal mare. Si è visto le donne di quest'isola, messa al fronte dall'indifferenza europea, fare qualcosa di straordinario nella sua semplicità. Riuscire a regalare sorrisi e abbracci nel percorso di queste persone, svuotare i loro armadi e dare quello che potevano.
Ieri mattina però, di nuovo, si è dovuto leggere i flash delle agenzie e contare i morti nel Canale di Sicilia. Sentire le dichiarazioni dei soliti sciacalli, le solite frasi di commento dei politici europei, le solite frotte di giornalisti alla ricerca di immagini scioccanti.
Viene naturale pensare alle storie sentite dai ragazzi scampati nei giorni scorsi e pensare a quelli come loro che sono stati inghiottiti per sempre dal mare. Nel nero della notte, senza stelle.
Ieri si sono letti commenti di italiani sui social network che godono della morte degli innocenti. Penso che il sistema mediatico italiano sia riuscito dove nemmeno Goebbels era arrivato, far odiare talmente degli innocenti da far gioire cittadini della loro morte pubblicamente. Siamo oltre la banalità del male, nell'indifferenza generale stiamo diventando parte attiva nello sterminio, tifiamo la morte.
C'è da provare una rabbia infinita nei confronti di chi scrive queste cose, Ciò che sta accadendo non sono soltanto più tragedie. Si tratta di un vero e proprio crimine contro l'umanità.
Il Mediterraneo è diventato un vero e proprio campo di sterminio prodotto dall'indifferenza europea, dal suo egoismo diffuso, dalle guerre per il gas e per il petrolio, dallo sfruttamento di interi continenti. Non è una questione di riflettere se aumentare o meno le missioni di salvataggio per uomini, donne e bambini. Il semplice discuterne dal punto di vista economico è il segno della devastazione in cui siamo sprofondati. Occorre invece affrontare una questione che è politica e da venti anni ed oltre sbatte sulle frontiere d'occidente. Una questione che non può e non deve essere affrontata soltanto dall'Europa, ma dal Consiglio di sicurezza dell'ONU che deve riunirsi immediatamente e mettere in piedi un corridoio umanitario globale per proteggere i profughi e i richiedenti asilo. Utilizzando le ambasciate come luoghi in cui presentare la domanda di protezione umanitaria risolveremmo molti dei problemi e al tempo stesso toglieremmo ai criminali il mercato di carne umana. Ogni nazione aderente alla Carta dei diritti dell'uomo dovrebbe aderire per comune responsabilità.
Risponderemmo così, in maniera globale, ad un fenomeno che, per dimensioni, è paragonabile agli effetti di una guerra mondiale. 
Sono quasi 25 anni che l'Occidente fa le guerre, destabilizza intere nazioni impoverendole, togliendo la speranza per milioni di persone che prendono così le rotte del nord. USA e Francia, per non parlare della Gran Bretagna e delle monarchie dei petrodollari, oggi si lavano le mani in un mare che hanno contribuito a trasformare in un cimitero. Non serve accusarli semplicemente per questo crimine, ma costruire una campagna globale, di massa, in grado di costringere le potenze del mondo a rimediare ai danni che hanno provocato.        

sabato 18 aprile 2015

Il suicidio della sinistra italiana



E' evidente che il solo atteggiamento che la sinistra del PD possa adottare nei confronti di Renzi è quello suggerito da Massimo D'Alema: una spregiudicata guerra di movimento, con imboscate e colpi ben assestati. Di quelli che lasciano sulla leadership nemica evidenti segni di logoramento e producono non rimediabili ferite politiche.
In poche parole il totale suicidio della sinistra italiana ad opera di coloro che già hanno provocato autentici danni politici all'interno del partito. Mi riferisco in particolare al leader della minoranza PD, Pierluigi Bersani, che è riuscito nell'impresa quasi impossibile di non vincere le ultime Elezioni Politiche che sulla carta erano già vinte, portando il partito al suo minimo storico, poco più del 25%.
Che questa sapiente azione di provocazione e sabotaggio, di chi ha una limitata capacità di fuoco residuale e però mira alla deposizione di Renzi, sia il solo metodo efficace per contrastarlo, lo conferma anche la immediata discesa in campo del Corriere a protezione dello statista fiorentino, sfregiato da una inaudita manifestazione di lesa maestà. 
Bersani e compagni hanno dovuto indossare l'elmetto per fare i guardiani del loro "fortino" assediato dal dissenso non tollerato di un politico "extraparlamentare" che va avanti per la sua strada infischiandosene delle esternazioni minacciose dei suoi compagni di partito non allineati, i quali non si capisce sino a che punto intendano spingersi nella loro opposizione intransigente al "capo", che fa apparire la minoranza PD la vera opposizione al Governo, più dello stesso M5S o Forza Italia.
Contro un avversario che conta su cotante schiere armate a difesa della sua integrità, Bersani aspetta la rivincita nelle prossime primarie in data da destinarsi (a seconda di quanto durerà il presente Governo). Ma si inganna. E' davvero realistico disarcionare il condottiero toscano alle primarie aperte e andare al voto senza ricandidare il premier in carica? Suvvia. O lo si fa cadere prima, con una risolutiva resa dei conti o è assurdo il percorso di un nuovo Congresso immaginato per incassare la rivincita nei gazebo. E poi, se tutto è rinviato al torneo delle primarie, la minoranza del PD, che contava su almeno l'80% dei parlamentari e si è piegata su ogni scelta senza nulla obiettare, per cosa chiederà il sostegno? E chi sarà disposto a farsi probabilmente impallinare dal leader toscano?   
Vedremo nelle prossime settimane se il timore che un agguato parlamentare possa condurre al voto anticipato paralizzi la prova di resistenza della minoranza. E comunque, in queste Camere, la semplice durata è per molti "peones" l'imperativo categorico. Per evitare le urne, il Governo raccatterebbe la fiducia anche se proponesse, quale suo programma immediato, una repubblica dei soviet degli operai e dei contadini.
Sta di fatto che il miracolo renziano di portare il partito a quasi il 41% in occasione delle Elezioni Europee, sta già pagando dazio.
A causa delle diatribe interne e per colpa di un manipolo di nostalgici post comunisti, gli ultimi sondaggi stanno registrando un costante calo dei consensi del PD. Ed ecco quindi ancora una volta il masochistico comportamento di alcune frange di una sinistra ideologica che tiene di più ai propri principi ormai superati dal tempo, piuttosto che al bene del partito.
Non mi stupirei se a delle eventuali prossime Elezioni Politiche, il compagno Bersani riuscisse di nuovo nell'impresa di far risuscitare una destra in questo momento disastrata.       
 

venerdì 17 aprile 2015

L'eroe Arnaldo Cestaro



Arnaldo Cestaro è l'uomo che ha fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell'Uomo per vedere riconosciuto quello che da anni testimoniava e cioè di essere stato vittima di tortura durante l'irruzione della Polizia nella scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001. Ha vinto e ora riceverà 45.000 euro dallo Stato Italiano come risarcimento.
All'epoca Cestaro, originario di Agugliaro (Vicenza), aveva 61 anni. Era partito per Genova con gli amici delle sezioni di Rifondazione Comunista di Vicenza e Montecchio Maggiore e mai avrebbe pensato di finire nel mezzo di un vero e proprio massacro a opera delle forze dell'ordine.
La sera del 21 luglio, dopo aver manifestato tutta la giornata, aveva trovato un posto dove dormire all'interno della Diaz, messa a disposizione dal Genoa Social Forum e dal Comune di Genova. Stanco, si era addormentato al piano terra dell'edificio ma si era svegliato improvvisamente per il rumore dei celerini che erano entrati con violenza nell'edificio.
Spaventato, si era messo contro il muro con le braccia alzate. Qui, inerme, aveva ricevuto colpi alla testa e sulle gambe che gli provocarono fratture multiple. Racconta che gli agenti continuarono a manganellarlo nonostante gridasse "Fermatevi, sono un uomo vecchio e pacifico!".
E' lui "l'uomo anziano con i capelli bianchi" citato anni dopo dal vicequestore Michelangelo Fournier davanti ai giudici, quando definì l'operazione della Diaz "macelleria messicana". Fournier raccontò di aver gridato ai celerini "Basta!" quando li vide picchiare Cestaro, che in effetti aveva un'età incompatibile con quella dei manifestanti ritenuti "facinorosi".
L'uomo fu operato nell'immediato all'ospedale di Genova e qualche anno più tardi di nuovo al Careggi di Firenze. Le ferite, riferisce la Corte, gli hanno procurato danni permanenti, con debolezza persistente del braccio e della gamba destri.
"I soldi non risarciscono il male che è stato fatto. E' vero, è un primo passo quello di oggi, ma mi sentirò davvero risarcito solo quando lo Stato introdurrà il reato di tortura", è il primo commento di Cestaro dopo la sentenza. Poi ha aggiunto: "Oggi ho 75 anni ma non cancellerò mai l'orrore vissuto. Ho visto il massacro in diretta, ho visto l'orrore del nostro Stato. Dopo quindici anni, le scuse migliori sono le risposte reali, non i soldi. Il reato di tortura è una cosa legale".
La condanna ha scosso tutta la politica italiana e i promotori della legge sulla tortura ora chiedono che venga approvata al più presto.
Onore al Signor Arnaldo Cestaro, un povero vecchietto che ha fatto condannare l'Italia dalla Corte europea dei diritti dell'Uomo.
Capita ancora che qualche volta Davide riesca a battere Golia.          

giovedì 16 aprile 2015

L'Italia, il Paese dei ricorsi



E' in atto una migrazione di rappresentanza. Da anni è sempre meno il Parlamento a farsi carico delle domande dei cittadini e sempre più la magistratura. La pessima legge elettorale del Porcellum non è stata revocata dalla politica, ma dalla Corte Costituzionale, attivata da un semplice avvocato e da un giudice che ha ritenuto fondata la questione. Anche la clamorosa sentenza sulle torture di Genova è venuta dalla magistratura (europea) alla quale si era rivolto il semplice cittadino Arnaldo Cestaro, visto che il Parlamento da anni tiene bloccata la norma che dovrebbe istituire il reato di tortura. Contro la corruzione la politica concede controvoglia e dopo anni una legge annacquata dal divieto di usare l'arma delle intercettazioni contro i corrotti delle milioni di aziende non quotate in borsa.
Così i cittadini vedono nell'Anticorruzione di Cantone (ex magistrato), l'unica istituzione in grado di rappresentare il bisogno di onestà.
I politici si sono accorti di questa "migrazione di rappresentanza" e hanno reagito contro i giudici. Solo così si spiega la rapida approvazione del provvedimento intimidatorio che estende la responsabilità civile dei magistrati oltre le previsioni fisiologiche già in vigore. Insomma, bloccata la politica si sta affermando l'idea che il deficit di rappresentanza non ha bisogno di nuovi partiti, ma di nuovi ricorsi.  

mercoledì 15 aprile 2015

La figuraccia dei giuristi



I parlamentari decaduti per reati gravi continuano tutt'oggi a percepire "la pensione", creando giustamente sconcerto tra l'opinione pubblica.  
La questione sembrava chiara e ci si è rivolti al diritto per renderla confusa.
Le Camere si trovano a discutere se sia ragionevole che i parlamentari decaduti in conseguenza di condanna irrevocabile per reati di particolare gravità, possano continuare a percepire il cosi detto "vitalizio", se, dunque, sia ragionevole sostenere, vita natural durante, coloro che dal Parlamento siano stati allontanati per una ragione di indegnità. "Indegnità" è una parola della Costituzione, insieme a "disciplina e onore"
Quando si è saputo che ciò tranquillamente accade, ai più (forse, salvo ai diretti interessati) non è sembrato vero. Cosa da non credere. Così, si sono messe in moto iniziative interne alle Camere per rimuovere un'anomalia che sembra fatta apposta per giustificare e alimentare il già tanto diffuso pregiudizio anti-parlamentare che circola nel nostro Paese. Pareva facile. Invece no. Sono stati chiamati in causa i costituzionalisti e i loro pareri "pro veritate" con la conseguenza che ciò che pareva chiaro è diventato oscuro. Il senso comune pensa che, per risolvere una questione controversa ci si possa rivolgere al diritto per ricavare la risposta che metta tutti d'accordo.
Qui, succede il contrario: la questione sembrava chiara e ci si è rivolti al diritto per renderla confusa. I giuristi hanno espresso le loro verità e hanno sostenuto di tutto: che quei tali vitalizi siano intoccabili e vanno bene così come sono; che devono o possono essere eliminati tout court; che li si deve sospendere solo per un certo numero d'anni; che li si può mantenere, ma se ne deve ridurre l'entità; che, infine, in ogni caso non sarebbe sufficiente una delibera parlamentare interna, occorrendo una legge. I giuristi non stanno facendo una bella figura e nella brutta figura stanno trascinando l'oggetto della loro professione, il diritto e la Costituzione. Non si alimenta, così, l'idea corrente che i giuristi siano essenzialmente dei consulenti e che il diritto, alla fine, non sia che un mezzo e, spesso, un mezzuccio?   
In sostanza questo è il rischio dei giuristi quando le loro opinioni si offrono come merci sul banco d'un mercato, a disposizione degli acquirenti.
Ma vediamo alcuni argomenti addotti dai nostri confusionari esperti. Prima di tutto si è discusso sulla natura del "vitalizio". Per alcuni si tratta a tutti gli effetti di una "retribuzione differita", la quale viene percepita alla fine del "rapporto di servizio", esattamente come capita a un bancario o a un metalmeccanico. In base a questo concetto "le retribuzioni" non si possono toccare sulla base di diverse disposizioni costituzionali. Questa interpretazione porrebbe fine a ogni contestazione. il "vitalizio" non si può toccare.   
La tesi opposta invece afferma che il "vitalizio" non è "una retribuzione differita", non essendoci alla base un "rapporto di servizio". In pratica il deputato o il senatore non vengono "assunti" dalle Camere e quindi non esiste un rapporto di lavoro tra le parti. Il "vitalizio" è piuttosto una "indennità" concessa al parlamentare per consentirgli di condurre una vita decorosa (si fa per dire considerati gli importi corrisposti). In questo caso l'ipotesi della sospensione sarebbe praticabile.
Alla fine di tutto rimane comunque soltanto un quesito. E' ragionevole che persone decadute per avere commesso dei reati e che non possono essere ricandidate per aver disonorato la carica, continuino ad appartenere alla cerchia dei protetti, alla stessa stregua di coloro che, invece, l'hanno onorata? Questa è la domanda che i cittadini comprendono, alla quale le Camere devono dare una risposta. Gli argomenti dei giuristi seguiranno.  

martedì 14 aprile 2015

Ma gli italiani sono dei beoti?



Oggi il mio editoriale sarà molto breve, perché la rabbia potrebbe spingermi a scrivere frasi inopportune.
Sulle prime pagine di tutti i quotidiani stamattina campeggia il titolo "Silvio Berlusconi è tornato un uomo libero". Ma libero da cosa? Ha forse scontato dei giorni di galera? E' stato relegato agli arresti domiciliari? No, la sua pena è consistita nell'andare a raccontare qualcuna delle sue esilaranti barzellette a dei poveri anziani che molto probabilmente non le hanno neanche capite.
Pena, si fa per dire, estinta. Interdizione dai pubblici uffici, cancellata. Tutto come prima. Il Signor Silvio Berlusconi resta ancora sottoposto alla legge Severino, ma troveranno un escamotage anche per quella. Risultato: alle prossime Elezioni Politiche, Berlusconi sarà sicuramente di nuovo un cittadino eleggibile a tutti gli effetti. Alla facciazza degli italiani che hanno dovuto subire per mesi la pantomima del processo "Ruby" nipote di Mubarak (parentela sancita da un voto del Parlamento Italiano!), con le feste con la Minetti travestita da infermiera, le Olgettine, le regalie effettuate per pietismo, che hanno dipinto Berlusconi come il Robin Hood italiano.
Tutto finito. Tutto come se non fosse mai successo.
Il mio animo è pervaso da molta tristezza per questa pagliacciata, che ancora una volta consente all'"uomo più perseguitato dalla giustizia italiana negli ultimi venti anni", di uscire vincitore su tutti i fronti.
Un piccolo segnale di speranza però si riesce a intravedere. Finalmente nel suo partito qualcuno ha preso coraggio e ha incominciato a contestare la sua leadership. Spero che abbia la forza e la capacità per porre termine ad un regno che ormai dura da troppi anni. Sempre che non finisca tutto a tarallucci e vino grazie ad una azzeccata barzelletta sui comunisti.

lunedì 13 aprile 2015

L'Italia a pezzi



Quello che è accaduto l'altro giorno sulla autostrada Palermo-Catania ha veramente dell'incredibile. O forse, più che dell'incredibile del non credibile. Io non posso credere che in una nazione civilizzata facente parte del G8, possa, d'improvviso e senza una causa apparente, franare un viadotto dell'autostrada tagliando di fatto la Sicilia in due.
I pm di Termini Imerese stanno indagando per disastro colposo. Gli esperti hanno subito emesso una sentenza che lascia senza parole: i lavori di ripristino potrebbero durare anni e non riguarderanno solo la campata dell'autostrada ma anche il tratto della statale 120 Scillato-Calvaturo, dove si è verificato l'ultimo movimento lungo la frana aperta 10 anni fa. La strada si è abbassata e a valle si è formata una voragine.
"Bisognerà demolire quattro campate del viadotto che è stato inclinato dal fronte di frana - spiegava sabato il direttore dell'Anas Sicilia, Salvatore Tonti - ma ci hanno spiegato che non hanno la tecnologia per questo intervento". Parole da brivido: detto in soldoni non siamo in grado, allo stato attuale, di mettere in pratica gli interventi richiesti. L'unica cosa che potrà per ora essere fatta, è procedere alla demolizione del viadotto inclinato. Così si potrà valutare se l'altra carreggiata, quella in direzione Palermo, possa essere riaperta a senso alternato consentendo di aprire di nuovo l'autostrada.
Come sempre in questi casi in ossequio alla sana abitudine italiota, sulla vicenda divampa la polemica politica con tutti che accusano tutti di inettitudine e incapacità di prevenire i disastri ambientali.
Al di là delle responsabilità singole o collettive che probabilmente, come sempre, non verranno mai accertate, anche in questo caso si possono fare alcune semplici riflessioni.
Questa frana non è un indizio, ma è la prova non solo della mancanza di monitoraggi, cure e manutenzioni ordinarie del nostro territorio più fragile nelle Regioni più a rischio, ma anche di sciatteria, disorganizzazione, disattenzioni, abusi, scarsissimo interesse anche nel dibattito pubblico al gravissimo problema del dissesto idrogeologico.
Quanti altri ponti dovranno franare perché una volta per tutte, invece di spendere miliardi di euro per il programma F35 (che tanto poi l'Aeronautica non avrà i soldi per farli volare), si destinino risorse vere e non pochi spiccioli a cercare di sistemare il territorio di questo nostro povero paese martoriato?
Ah, una piccola postilla. Questa volta siamo stati fortunati. Non ci sono state vittime.          
     

domenica 12 aprile 2015

Giardiello, eroe del web



I cadaveri delle vittime ammazzate da Claudio Giardiello erano ancora caldi che su Facebook appariva una pagina inneggiante all'assassino intitolata "Claudio Giardiello Vittima dello stato".
Ora, premesso che all'imbecillità non c'è limite e proprio sui Social Network ne abbiamo quotidiane dimostrazioni di tutti i tipi e generi, c'è da capire cosa ha mosso le dita della mano dell'autore della pagina per digitare sulla tastiera del proprio computer le bestialità che ha scritto.
Prima di tutto una sana ignoranza. Definire Claudio Giardiello una vittima dello stato è come dire che l'Isis è una Onlus senza fini di lucro. Prima che pluriomicida, Giardiello è semplicemente un delinquente. Altrimenti perché si sarebbe trovato in un'aula del Tribunale di Milano sottoposto a processo per bancarotta fraudolenta? E' stato definito dai mass media un imprenditore al quale gli affari sono andati male con un mare di debiti. Allora non incominciamo, come al solito, a dare la colpa alle banche strozzine o alla famigerata Agenzia delle Entrate. Claudio Giardiello era un pseudo imprenditore che semplicemente non sapeva fare il proprio mestiere e la bancarotta delle sue società ne sono la prova provata. Ma non si pensi che lui sia l'unico. Ci sono decine, centinaia, forse migliaia di imprenditori che semplicemente non sono capaci o non sono in grado di svolgere proficuamente un'attività imprenditoriale. Moltissime iniziative vengono avviate con estrema superficialità, senza una attenta analisi del rapporto costi/ricavi, senza un business plan che indichi nel medio periodo le potenzialità della nuova attività. E poi semplicemente ci sono imprenditori che pensano alla grande, che credono di poter produrre con profitto 100, quando il core business al massimo può essere di 10.   
Fatevi una passeggiata in una qualsiasi via importante di una qualsiasi città. Troverete delle duplicazioni senza senso, che portano poi alla inevitabile chiusura di innumerevoli esercizi commerciali.
Prendiamo il settore immobiliare. Continuano a nascere cantieri con enormi striscioni con su scritto "vendesi appartamenti" (anche di pregio). 
Ma chi li compra in questo periodo di crisi? Le banche non concedono più i mutui, il lavoro è sempre più precario, le giovani coppie non hanno i soldi per acquistarsi un appartamento anche modesto. Mi sembra quasi che si tratti di iniziative imprenditoriali suicide, dove il finale è scontato: o finiscono i soldi e l'impresa di costruzioni non ha più le fonti finanziarie per proseguire i lavori, o le case vengono finite, ma gli appartamenti rimangono invenduti. In tutte e due i casi la conseguenza per l'impresa di costruzione è una sola: il fallimento.   
In conclusione Claudio Giardiello non è una vittima dello stato, ma semplicemente una vittima della propria insipienza, della volontà di fare un mestiere che non era il suo e forse proprio questa consapevolezza da lui stesso percepita ha armato la sua mano dando vita alla sua frustrazione omicida. 

sabato 11 aprile 2015

Andreas Lubitz non era Thor



Andreas Lubitz, mestiere pilota d'aerei, passerà alla storia non solo perché ha deliberatamente fatto schiantare l'aereo che pilotava provocando la morte di 149 passeggeri. Passerà alla storia perché questo tragico evento ha finalmente posto fine alla leggenda che quello tedesco sia un popolo superiore, incapace di commettere errori, un esempio da seguire per i tanto disprezzati popoli soprattutto dell'Europa meridionale, greco, spagnolo, portoghese e anche italiano.
Nell'immaginario collettivo i tedeschi vengono visti come tanti piccoli super eroi della Marvel, come Capitan America, Thor o Iron Man. Macchine perfette più che esseri umani, indisposti a concepire comportamenti diversi dai loro, sempre improntati alla perfezione e alla totale assenza di ogni minimo errore.
Ebbene non è così. 
La triste vicenda di Andreas Lubitz sta portando alla luce una tale quantità di inefficienze e di condotte superficiali, tali da far impallidire eclatanti eventi tragici accaduti nel nostro paese.
Lubitz non poteva volare, ormai è acclarato dopo che sono venuti alla luce tutta una serie di documenti e testimonianze che evidenziavano i suoi problemi psichiatrici e le sue manie suicide.
Nonostante ciò uno dei fiori all'occhiello della potenza germanica, la principale compagnia aerea europea, la Lufthansa, gli ha affidato la guida di un aeroplano con 149 passeggeri, 149 vite che dipendevano solo ed esclusivamente dalle sue capacità di volo e dal suo ferreo stato di salute.
Un errore imperdonabile che ha tanti padri. I medici che avevano in cura il pilota e che non hanno detto nulla, pur conoscendo l'attività del loro paziente, coloro che periodicamente svolgono i controlli sullo stato di salute dei piloti, la Lufthansa, che senza rendersene conto aveva alle sue dipendenze un potenziale kamikaze, una versione moderna degli "Zero" giapponesi. 
Il forte ridimensionamento dell'efficienza e dell'incapacità di sbagliare che questo evento ha urlato al mondo intero della potenza teutonica non mi fa gioire. Forse adesso i tedeschi staranno un po' di più con i piedi per terra senza rinfacciare ai loro partners europei una loro presunta superiorità (purtroppo di antica memoria).
Quindi mi auguro che anche la Merkel smetta i panni della maestrina quando va in giro per l'Europa, imponendo misure economiche durissime che hanno affamato intere popolazioni come quella greca.
Signora Merkel, lei non è un pilota, ma se continua a imporre solo sacrifici e austerità, l'aereo che sta pilotando, ovvero la Comunità Europea, farà la stessa fine di quello di Lubitz.  


 

giovedì 9 aprile 2015

Lo scandalo della DIAZ



La domanda sorge spontanea: l'Italia è un paese a vocazione democratica? Verrebbe da dire di sì, in fondo ciascuno di noi è libero di pensare e di agire liberamente in questo Paese. Ma questo stesso Paese nella sua storia definiamola "democratica" si è macchiato di alcuni episodi che richiamano alla mente i peggiori regimi sudamericani. L'assalto alla scuola DIAZ, durante i drammatici fatti accaduti in occasione del G8 di Genova nel mese di luglio del 2001, è senz'altro uno di questi.
Ieri l'Italia ha subito una sentenza senza precedenti per un Paese occidentale e infamante per una nazione che ritenga di coltivare la democrazia. La Corte dei Diritti Umani di Strasburgo ha condannato l'Italia per tortura. Sì avete letto bene: TORTURA!
Nell'assordante silenzio dei mass media che hanno relegato la notizia quasi nei titoli di coda, è emersa finalmente la verità, verità peraltro ben nota a tutti, ma rimasta in questi anni nascosta in un cantuccio, protetta da governi di destra e di sinistra, ma pronta ad esplodere in tutta la sua virulenza.
Come ai tempi di Pinochet, la Polizia quella notte non solo fece irruzione nella scuola manganellando chiunque ci fosse dentro, non solo costruì false prove per giustificare la violenza dell'intervento spacciando dei poveri ragazzi per violenti Black Bloc, non solo tentò di manipolare completamente i fatti per lasciare impuniti i carnefici di quella mattanza. Quella notte gli uomini con la divisa che avevano giurato di proteggere i loro concittadini hanno usato una violenza completamente spropositata e gratuita nei confronti di inermi ragazze e ragazzi che avevano avuto l'unica colpa di trovarsi nel posto sbagliato, la sera sbagliata.
Ovviamente i politici, soprattutto di destra, si sono affrettati a dire che quello fu solo un episodio isolato e che bisogna elogiare la Polizia per l'abnegazione, il sacrificio e bla, bla, bla.
Nessuno mette in discussione la lealtà e il coraggio della stragrande parte degli appartenenti alle Forze di Polizia. Ma questa sentenza è una mazzata che fa male, molto male, per quelli come me che credono nei valori democratici e che cercano di insegnarli ai propri figli.
Come Paese Italia ci facciamo giustamente paladini contro la pena di morte. Incominciamo a cercare di cancellare quel marchio infame con una legge contro la tortura. Poi, forse, avremo il diritto di parlare.      

8 Marzo, FESTA DI TUTTE LE DONNE