In gabbia

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martedì 21 giugno 2016

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lunedì 13 giugno 2016

Quella di Orlando non è soltanto una strage di froci



Aurelio Mancuso, ex presidente dell'Arcigay e fondatore di Equality Italia, ci accusa di rimanere sostanzialmente in silenzio di fronte alla "strage di froci" avvenuta nella discoteca Pulse di Orlando, in Florida.
Le nostre bacheche social non colano indignazione e solidarietà, sostiene Mancuso, perché le vittime erano tutte omosessuali e probabilmente nell'inconscio collettivo sta agendo un rimestatore ignobile che ci sussurra omofobicamente: "Se la sono cercata".
Di fronte a questa accusa personalmente rimango basito, specialmente a poche settimane dall'approvazione della legge sulle unioni civili per la quale moltissimi etero hanno esultato insieme alla comunità omosessuale. E anche in queste ore l'attenzione mediatica, che spesso coincide con l'attenzione e l'empatia delle persone comuni, è massima nei confronti di quello che inequivocabilmente è un attentato gravissimo contro la comunità gay.
A parte gli omofobi dichiarati che in qualche modo minimizzano la portata della tragedia collegandola ai costumi lascivi gay e trasgender, non penso affatto che per gli italiani quella di Orlando sia soltanto una "strage di froci" e che le vittime del Bataclan abbiano invece ottenuto un posto al caldo nel nostro cuore. Per tre motivi.
Il primo lo riprendo dal Washington Post. A 24 ore dalla peggiore sparatoria di massa degli Stati Uniti - 50 morti - il quotidiano americano offre una lettura dell'evento assai convincente: la mattanza al Pulse è la sintesi perfetta dei tre nodi cruciali della politica e della società statunitense e cioè i diritti dei gay, la normativa sulle armi e il terrorismo.
Il presunto killer ha chiamato il 911 per dichiarare di essere un affiliato dell'Isis; il padre racconta che era rimasto schifato quando a Miami aveva visto due omosessuali darsi un bacio; la settimana prima di compiere la strage è entrato in un negozio di armi e ha acquistato un fucile d'assalto AR-15, protagonista di altre stragi di massa negli Stati Uniti.
Le tre caratteristiche insieme stanno mandando in tilt l'opinione pubblica e non soltanto in America. Mai come in questo momento noi osservatori e lettori ci sentiamo tirati per la giacchetta da coloro che ci spiegano perché e per chi dobbiamo indignarci davvero: contro l'islam, contro l'omofobia, contro le armi.
Questa confusione si unisce alla generale apatia nei confronti degli attentati terroristici. Abbiamo pianto molto per le vittime del Bataclan, è vero, ma non abbiamo pianto altrettanto per le vittime Isis dell'hotel di Bamako per i libanesi uccisi nell'attentato di Beirut.
Tutto il mondo ha singhiozzato per Aylan, il bimbo morto annegato nel mar Egeo, ma dopo la foto di quel piccolo corpo sulla spiaggia sono annegati altri 700 bambini, dei quali esiste e viene pubblicata a volte l'immagine senza suscitare un sentimento lontanamente analogo.
Questa volta i piani sono molteplici e spingono alla paralisi. Lo stesso Barack Obama ha condannato la strage definendola "un atto di terrorismo e un gesto di odio", combinando dunque il terrorismo (Isis, ma non l'ha detto) con l'omofobia portata alle estreme conseguenze.
E' proprio l'inscindibilità dei tre fattori a impedire che quella di Orlando sia semplicemente - si fa per dire - un orribile atto contro la comunità omosessuale. Questo perché sappiamo che con quello stesso fucile semiautomatico altri terroristi di varia ispirazione hanno trucidato disabili, studenti, neri, ragazze e ragazzi. E sappiamo che con la stessa affiliazione all'Isis sono stati uccisi orribilmente i ragazzi del Bataclan o i turisti che alloggiavano nell'hotel di Bamako (ma dei quali a nessuno importava, proprio come i "froci").
Il cortocircuito è evidente nel tweet di Donald Trump che ringrazia i suoi sostenitori: "Apprezzo le congratulazioni per aver avuto ragione sul terrorismo islamico radicale". Trump non menziona naturalmente la pericolosità delle armi - è un fanatico sostenitore della loro libera circolazione - né il movente omofobo: ha promesso che se sarà eletto farà fare marcia indietro ai matrimoni omosessuali.
Il secondo motivo per il quale gli italiani, come europei, si mostrano ora freddi è che nella nostra mente qualsiasi strage di massa viene riportata alla (per noi) insensata facilità con la quale un americano qualunque può comperare un arsenale e sparare all'impazzata in una scuola, in una chiesa, in un centro per disabili oppure - questa volta - in una discoteca gay.
E' questo che avviene, prima di ogni altra considerazione sulla vita delle vittime o sul movente del terrorista.
In terzo luogo: ci sentiamo tutti potenziali obiettivi. Se gli etero non possono sentirsi bersaglio dell'omofobia, è anche vero che conducono la stessa vita degli omosessuali e se dobbiamo forzatamente introdurre un antipatico "noi" e "voi", allora possiamo dire che noi etero andiamo spesso nelle stesse discoteche dei gay, partecipiamo ai Gay Pride, prendiamo lo stesso aereo dei gay, usiamo la stessa metro e beviamo vino con gli amici negli stessi bistrot di Parigi.
Se qualcuno nota poca empatia non è perché le vittime del Pulse erano "froci", ma proprio perché non vediamo alcuna differenza tra "froci", etero, bianchi e neri.
L'irruzione del terrorismo islamico in Occidente sta toccando i nervi scoperti della nostra identità e apporta ragionamenti paradossali sulla libertà delle donne, sui diritti civili, sull'accoglienza, sul ruolo della fede nell'opinione pubblica, sul rapporto con il mondo islamico. Il terrorismo Isis ci costringe a guardarci allo specchio, a vedere le nostre mancanze.
Aurelio Mancuso vede nella strage del Pulse una cartina tornasole della nostra omofobia latente, e ho spiegato perché secondo me non ha ragione. Resta il fatto che episodi gravissimi come quello di Orlando agiscono come una centrifuga impazzita, lasciandoci stremati.

giovedì 9 giugno 2016

Virginia Raggi, storia di una Città che nessuno voleva governare



I Pentastallati stanno già stappando le bottiglie di spumante per brindare al trionfo di Virginia Raggi alle Elezioni di Sindaco di Roma.
Ma è veramente stato tutto merito della bella Virginia? Oppure c'è lo zampino dei vecchi marpioni della politica italiana?
Diciamo subito una cosa: dopo due Amministrazioni fallimentari, Roma si trova in una situazione disperata. Non funziona nulla. Non funzionano gli asili nido, non funzionano i trasporti pubblici, non funziona la raccolta dell'immondizia, non funziona la sanità. E' uno sfacelo totale.
E poi ci sono le inchieste giudiziarie in pieno svolgimento con Mafia Capitale.
E in queste condizioni quale pazzo politico di peso dei partiti tradizionali si sarebbe preso la briga di rischiare di vincere le Elezioni?
Ed ecco che il Centrodestra si presenta diviso, pur avendo un nome forte come la Meloni (a Milano non hanno avuto alcuna difficoltà ad allearsi tutti per sostenere Parisi) per non rischiare di andare neppure al ballottaggio mentre il PD presenta il candidato più debole possibile, che dovrà per forza andare al ballottaggio, ma che non ha neppure una probabilità di vincere. Giachetti mi fa lo stesso effetto di una camomilla. Quando lo sento parlare mi si abbassano le palpebre. Secondo me non avrebbe vinto a Roma neanche se il suo avversario fosse stato Mastella.
Il piano per portare la Raggi al Campidoglio è perfettamente riuscito.
Ma perché tutto questo? Perché governare oggi Roma è più difficile che governare l'Italia intera.
E i grillini saranno costretti a smettere di urlare contro i provvedimenti altrui ma dovranno badare ai propri consapevoli che saranno sotto la lente di ingrandimento del mondo intero per ciò che faranno.
E PD e Centrodestra non vedono l'ora di impallinare la Raggi per dimostrare che se il M5S non è in grado di governare Roma, come può candidarsi a governare l'Italia?
Nel 2018 si vota e se a Roma le cose dovessero andare male, il Movimento pagherebbe un prezzo altissimo a livello nazionale.
Il biscotto è servito. Auguri Virginia.      


mercoledì 8 giugno 2016

Sì, la mafia è una montagna di merda. E i mafiosi pure



“La mafia è una montagna di m.. E dunque Mariano Agate era un pezzo di m..” così aveva scritto Rino Giacalone, bravo e coraggioso giornalista di Trapani, narrando, al momento del suo decesso, la poco gloriosa vita del boss. La vedova del mafioso si era risentita non per la m di mafia, ma per la m di merda, che riprendeva la famosa invettiva di Peppino Impastato, diventata una citazione classica per esprimere il disprezzo nei confronti dei tanti Agate che hanno inquinato ed inquinano la convivenza civile e non solo in Sicilia.
Per questa ragione Giacalone, da sempre impegnato con Libera, con Articolo 21 e con le associazioni che contrastano la mafia e le sue collusioni con la politica, si è visto recapitare una querela non solo “temeraria”, ma anche impudente ed imprudente. Oggi il giudice non solo ha deciso di non procedere, ma ha anche riconosciuto che Giacalone ha esercitato il diritto di cronaca, ha raccontato una storia vera, ha usato una citazione entrata nell’uso comune, ha dato ossigeno all’articolo 21 della Costituzione.
“Una ventata di aria pulita...” , ha commentato sul sito di Articolo 21, Paolo Borrometti, un altro cronista costretto a vivere “sotto scorta” per le sue inchieste contro la mafia della zona di Vittoria. La sentenza non piacerà ai “professionisti della mafia“, ma da oggi e con rinnovato vigore sarà il caso di continuare a ripetere che “la mafia è una montagna di merda e i mafiosi sono il concime”. Resta il problema di sempre: chi ripagherà Giacalone per aver dovuto subire e contrastare l’ennesima “querela temeraria“, diventata ormai un vero strumento di intimidazione contro il diritto di cronaca?