In gabbia

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lunedì 29 giugno 2015

Grexit: i governi tedeschi non hanno mai pagato i loro debiti



I governi tedeschi, quelli che si ergono a giudici implacabili contro la Grecia e che cercano di destabilizzarla per impedire il referendum popolare, sono specialisti nel non pagare i loro debiti. Lo hanno già fatto tre volte nel corso dell’ultimo secolo. La prima volta dopo la Prima guerra mondiale, la seconda nel 1953 e la terza nel 1990 dopo la riunificazione. Vediamo brevemente.
Nel 1923 l’iperinflazione portò alla totale perdita di valore della moneta tedesca, al default e all’interruzione del pagamento del Debito che il governo tedesco stava pagando per le riparazioni di guerra. Il piano statunitense (Daves), che impose nel 1924 una nuova moneta, previde che i tedeschi avrebbero potuto onorare i loro debiti emettendo un prestito obbligazionario da collocare sul mercato della finanza mondiale per una somma totale di 800 milioni di marchi oro. Si trattò a tutti gli effetti di un enorme prestito internazionale dato ai tedeschi per permettergli di pagare il debito.
Nel 1928 avvenne però anche una ricontrattazione del debito, con la riduzione delle quote da pagare e un enorme allungamento dei tempi di restituzione a 60 anni! (Piano Young).
Nel 1933. Dopo aver vinto le elezioni, i nazisti smisero di pagare i debiti e le riparazioni dovute. Negli anni successivi cominciarono ad invadere i loro vicini, non dimenticando mai, appena arrivati, di svuotare le casseforti degli altri.
Nel 1953, dopo la Seconda guerra mondiale, la Germania ha nuovamente battuto cassa per non pagare il suo debito. Il 27 febbraio 1953, la conferenza di Londra, ha infatti deciso l’annullamento di circa i due terzi del debito tedesco (62,6%). Il debito di prima della guerra è stato ridotto da 22,6 a 7,5 miliardi di marchi e il debito del dopoguerra è stato ridotto da 16,2 a 7 miliardi di marchi. Oltre al taglio del debito la Germania ottenne anche una forte dilazione: oltre 30 anni di tempo per pagare la quota di debito rimanente. L’accordo è stato firmato dalla repubblica federale tedesca con 22 Paesi, tra cui la Grecia.
La conferenza di Londra aveva però messo una clausola: la parte di debito relativo ai danni provocati dalla guerra veniva posticipato ad un ipotetico periodo futuro nel caso in cui si fosse verificata la riunificazione della Germania.
Nel 1990, quando vi è stata la riunificazione, la Germania non tenne in alcun conto i suoi impegni presi nella conferenza di Londra del 1953 riguardo alle riparazioni di guerra. Il Cancelliere di allora, Helmut Kohl, si è rifiutato di applicare l’accordo di Londra del 1953 sui debiti esterni della Germania là dove veniva previsto che le le riparazioni destinate a rimborsare i disastri causati durante la seconda guerra mondiale dovevano essere versati alla riunificazione. Qualche acconto è stato versato ma si tratta di somme minime. La Germania non ha regolato i suoi conti dopo il 1990, ad eccezione delle indennità versate ai lavoratori forzati. I soldi prelevati con la forza nei paesi occupati durante la seconda guerra mondiale e i danni legati all’occupazione non sono stati rimborsati a nessuno. Tantomeno alla Grecia.
Da notare che i nazisti, al tempo dell’occupazione militare, hanno imposto alla Grecia il pagamento dei costi della loro occupazione. Insomma non solo hanno distrutto e ucciso, ma hanno letteralmente saccheggiato il Paese… Tenuto conto dell’inflazione dopo il 1945, la Germania ha un enorme debito con la Grecia che è stato calcolato in 162 miliardi di euro. Non proprio noccioline….
Questi sono i governanti tedeschi, che si ergono ad autorità morale contro il popolo greco e il suo governo. Governano una nazione che è stata rimessa in piedi dal Piano Marshall dopo che aveva scatenato una guerra, distrutto il continente e fatto decine di milioni di morti. Una nazione, un governo e un popolo che non hanno mai pagato i propri debiti e che proprio grazie a questo e agli aiuti sono potuti ridiventare una potenza mondiale. E’ bene ricordarglielo mentre stanno cercando di assassinare il popolo greco per la seconda volta.

giovedì 25 giugno 2015

Profilattici fosforescenti: quando la genialità si unisce alla salute sessuale



Si potrebbe chiamare ‘Tre ragazzi e un premio’ la nuova storia che arriva dalla Gran Bretagna, dove tre adolescenti della Isaac Newton Academy di Ilford, nell’Essex, hanno deciso di partecipare al Teen Tech Award, una gara di idee che ha lo scopo di promuovere la scienza, l’ingegneria e la tecnologia nelle scuole.
I tre studenti hanno inventato un profilattico in grado di rilevare alcune delle infezioni sessualmente trasmissibili, come la clamidia, la sifilide e l’Hpv. Il preservativo si chiama S.T.Eye (Sexual Transmitted Eye) e cambia colore per avvertire chi lo utilizza della presenza di un ceppo batterico collegato alla malattia.
Per realizzarlo gli studenti hanno avuto l’idea di sfruttare le molecole associate ai batteri e ai virus delle infezioni a trasmissione sessuale più comuni. Il lattice del profilattico ha uno strato interno impregnato di queste molecole che, quando si legano ai virus o ai batteri, diventano fluorescenti avvisando quindi della presenza dell’infezione che a quel punto dovrà essere ulteriormente diagnosticata attraverso le metodiche cliniche. Il prototipo del nuovo profilattico diventa di diversi colori in relazione alla infezione rilevata: viola per l’Hpv, giallo per l’herpes, blu per la sifilide e verde per la clamidia, ed è visibile anche al buio.
Gli studenti hanno dichiarato di aver pensato alla generazioni future ideando questo profilattico, mettendo in atto la prevenzione in due mosse: usa il profilattico per proteggerti e rileva l’infezione per curarti. Non c’è che dire una iniziativa geniale che speriamo le case farmaceutiche sostengano nella realizzazione pratica.
Nell’ultimo notiziario dell’Istituto Superiore di Sanità pubblicato a giugno 2013, sul decennio che va dal 1 gennaio 1991 al 31 dicembre 2011, emerge un totale di 90.731 nuovi casi di infezioni sessualmente trasmesse con una media annua di 4919 casi. Le patologie più frequenti sono risultate essere i condilomi ano-genitali (34.435 casi), le cervicovaginiti batteriche da agenti eziologici diversi (8565 casi) e la sifilide latente (8405 casi). Sempre secondo i dati dell’Iss il condom non viene mai usato dal 48,1% delle persone con malattie a trasmissione sessuale e usato solo saltuariamente dal 36,1%.
Insomma siamo ancora lontani da un concetto di salute sessuale intesa come promozione del benessere individuale e di coppia, ma progetti come quelli dei tre ragazzi inglesi possono farci pensare che è possibile fare qualcosa di diverso.

mercoledì 24 giugno 2015

Mamme, a volte fa schifo esserlo. E va bene così!



E’ un periodaccio.
Di quelli dove cerchi gli occhiali e ce li hai in testa, perdi il bambino e ce l’hai in braccio, ti guardi allo specchio e ti accorgi di assomigliare a Conchita Wurst.
Siamo in alta stagione e io sono in giro con clienti stranieri in questo angolo di paradiso ligure che sono le Cinque Terre. Rilassati e spensierati, scorrazzano per l’Europa bevendo vino, consultando guide, ingrassando a suon di carboidrati tricolore. Sono coppie o gruppi di amici che se la spassano un mondo e se hanno figli, non di rado li lasciano a casa con qualcuno.
Esco, saluto la family e in breve tempo mi incontro con i turisti del giorno. Se va bene, a fine giornata avrò mezz’ora nella quale dedicarmi solo a me stessa, senza essere interrotta perché qualcuno: a) ha rubato un gioco a un altro, b) ha fame, c) ha fatto la cacca, d) ha allagato il bagno, e) si è fatto male e urla come un’aquila.
Trenta minuti non sono molti. A volte mancano pure quelli.
E’ un periodaccio.
Di quelli dove più che un essere umano mi sento uno sherpa abbarbicato alla parete nord dell’Everest, senza bombola e alla disperata ricerca di restare viva. Di sopravvivere a culetti sporchi, richieste da soddisfare, stomaci da riempire, vestiti da lavare, risse da sedare, giochi da inventare, faccende da sbrigare, email da inviare.
E’ più o meno tra un urlo da soprano e un pannolino in mano, più Miss Doubtfire che Bridget Jones, che ho una rivelazione. Di quelle che ti lasciano prima fulminata e poi angosciata. La mia vita fa schifo!
La gente con cui passo le mie giornate lavorative cavalca i propri desideri, danza al passo dei propri ritmi, asseconda le proprie pause, decide quando andare o quando restare, è padrona della propria esistenza.
Io e Miss Indipendenza siamo due intime amiche che non si vedono da parecchio tempo.
Non si tratta tanto della mia vita in senso esistenziale, quel che appesantisce è la routine di certi giorni su altri. Quella quotidianità monopolizzata di diritto da tre piccole personcine, che non hanno chiesto di venire al mondo e che ora manovrano il mio.
Dopo l’illuminazione, oltre all’impotenza di essere costantemente risucchiata dentro un vortice e risputata intera più o meno verso le nove di sera, mi sono sentita un essere inetto.
Perché i figli so’ pezzi e’ core e guai lamentarsene, pena il rinvio a giudizio al tribunale dei minori.
Ragionandoci su, tra un treno per Manarola e uno da Riomaggiore, ho però realizzato che l’amore non centra proprio un bel nulla.
E’ solo la fotografia di una particolare fase della vita, che rispetto a quanto in molti pensano e pochi dicono, annovera momenti non proprio esaltanti di autentico sfinimento fisico.
Felicità è (anche) silenzio, indolenza, egoismo. E’ alzarsi alle dieci, mangiare una scatoletta di tonno, e fare la spola dal divano al letto, dal letto al divano; ma essere genitori è un contratto a chiamata che non contempla giorni di riposo, né festività.
Perché si fanno i figli?
E’ un po’ come rispondere a cosa sia l’amore. Ognuno ha una risposta diversa, legittima, dove tutto è il contrario di tutto.
I figli – su larga scala – ti salvano da te stesso e dal narcisismo autoreferenziale, obbligandoti a rinunciare al senso di onnipotenza che si aveva prima di loro. Sono l’unico miracolo che l’uomo sia riuscito a creare e il suo onere più grande.
E va bene così.
Trovando il coraggio di confessarselo, mugugnando di tanto in tanto, la luce alla fine del tunnel diventa via via più grande.
E ad entrarci a piè pari, in quel tunnel, da qualche altra parte del mondo, tocca a qualcun’altra.
Nell’esatto momento in cui fissa inebetita due lineette sottili che via via appaiono sempre più nitide.

x casalinga e blogger


lunedì 22 giugno 2015

Una piccola stella...



La mia piccola Lucia, la mia ballerina preferita...

Parlamento Europeo: la classifica 2015 degli europarlamentari più assenti



Come da tradizione da qualche anno ecco che a giugno arriva la classifica più temuta dagli europarlamentari fannulloni.
Ad un anno dalle elezioni europee la maglia nera dell’eurodeputato italiano più assenteista va a Giovanni Toti, (Forza Italia) che registra un vergognoso 29,21% di presenze. Toti, che con il suo risultato si piazza globalmente 746esimo su 749 europarlamentari, dovrà dire definitivamente addio al Parlamento Europeo vista l’incompatibilità con il suo nuovo ruolo di presidente della Regione Liguria.
Dopo di lui ma ad una bella distanza troviamo Antonio Tajani (Forza Italia) con appena il  56% di presenze e il suo collega di partito Aldo Patriciello, storico assenteista (60% di presenze). Il ‘podio degli assenteisti’ è quindi tutto targato Forza Italia.
Non molto lontano, con appena l’84% di presenze salta agli occhi il nome di Matteo Salvini, eurodeputato più assenteista della Lega, che il tempo per presenziare in tv o girare in ruspa invece lo trova sempre. Proprio Salvini ha costituito nei giorni scorsi un gruppo insieme ad altri xenofobi anti-europeisti come lui (Marine Le Pen, Geert Wilders…). Enf (in italiano Europa delle Libertà e delle Nazioni) servirà per incassare qualche milione di euro da quell’Europa che lo fa vivere e su cui spara a zero un giorno sì e l’altro pure. Quando si dice ‘sputare nel piatto in cui si mangia’!
Dal lato opposto invece, tra gli europarlamentari virtuosi che non mancano mai una seduta o una votazione troviamo al primo posto con il 100% di presenze gli eurodeputati Nicola Caputo (Pd) e Massimiliano Salini (Ncd).
Quanto al risultato di squadra, se guardiamo alle forze politiche nel loro insieme è sicuramente da segnalare il risultato incoraggiante degli europarlamentari del Movimento Cinque Stelle che, a parte qualche eccezione (David Borrelli con appena il 77% di presenze) vede la stragrande maggioranza dei suoi eletti (ben 12 su 17) con oltre  il 95% di presenze.
La classifica nel suo insieme mostra come le cose stiano cambiando in positivo facendo passare il nostro paese dal 24esimo posto (su 28) e una media del 78% di presenze della scorsa legislatura ad un 90,63% che la fa balzare al 13esimo posto davanti ai colleghi spagnoli, rumeni e lussemburghesi. All’ultimo posto troviamo gli irlandesi con una media dell’80% di presenze mentre i primi della classe sono ancora una volta gli austriaci con il 97% di presenze seguiti sul podio degli stacanovisti croati (96%) ed estoni (95%), il che dimostra che i nostri possono ancora fare meglio.
C’è da ricordare infatti che l’attuale sistema premia i ‘furbetti’, visto che le loro assenze incidono relativamente solo su alcune indennità accessorie (soggiorno e spese generali) ma non vi è alcuna decurtazione dello stipendio (indennità parlamentare di ben 7mila euro al mese). L’ennesimo privilegio di cui godono quelli che dovrebbero essere i nostri dipendentimentre per un cittadino comune che si assenta anche solo una volta ingiustificatamente dal posto di lavoro può scattare il licenziamento.
Per ‘normalizzare’ la situazione ci vorrebbe una modifica allo statuto dei parlamentari europei (ad opera degli stessi eurodeputati). Speriamo quindi che qualcuna delle nuove forze giovani e anti-sistema che hanno fatto ingresso nel Parlamento Europeo un anno fa contribuiscano ad avvicinare questa istituzione al mondo reale cominciando dal tentare dall’abolire questi assurdi privilegi e far uscire allo scoperto quelli che li difendono.

domenica 21 giugno 2015

Grecia: se l’Europa dell’euro è questa, meglio uscire il più in fretta possibile



A questo punto non si vede cosa possano fare Tsipras e gli altri del governo di Atene: le richieste che la Troika e gli altri creditori hanno messo sul tavolo, guidati dai soliti falchi eurocrati pro austerity, mirano a stringere ancor di più il cappio al collo dei poveri greci, e non lasciano quindi altra scelta che quella di uscire il più fretta possibile da una trappola che si è rivelata infernale. Ma uscire non è consentito (teoricamente) per chi ci è entrato, davvero una bella trappola!
Nessuno minaccia di fare la guerra alla Grecia se non pagherà i suoi debiti alle scadenze pattuite, la Grecia però, se non troveranno un accordo per la ristrutturazione del debito in pochissimi giorni, entrerà in un cataclisma economico-finanziario di grande portata e gravità. Infatti già ora in Grecia c’è la corsa a prosciugare i conti bancari per recuperare tutto ciò che è possibile e la Banca Centrale Europea è già dovuta intervenire a fornire un po’ di liquidità, ma certamente non basterà se si arriverà alla rottura.
Il vero problema però è che, a questo punto, uscire dall’euro è persino, per i greci, più conveniente che restare. Benché, come ho già detto sopra, uscire dall’euro sarebbe un passaggio dolorosissimo per i greci, con tutto ciò che ne conseguirà nell’immediato, tuttavia nel medio lungo periodo la prospettiva migliore è senza dubbio quella di uscire.
Non sono l’unico a pensarla così, ovviamente, anzi, molti economisti di gran fama (come Krugmanm, per esempio), pur senza esprimersi esplicitamente a favore della Grecia, esprimono opinioni che non lasciano dubbi sul loro orientamento.
Che cosa ci guadagnerebbe la Grecia a cedere alle condizioni capestro della Troika e dei creditori? Solo, un po’ di respiro sul piano finanziario, e solo per qualche mese, forse un anno, e poi tutto sarebbe daccapo e con una situazione persino peggiore di quella attuale perché:
1) senza una robusta ristrutturazione del debito la Grecia non può uscire da una crisi tremenda che è già diventata un rapido vortice depressivo;2) la fiducia che i greci hanno riposto nel nuovo governo si squaglierà più rapidamente della neve al sole, quindi verrebbe a mancare anche quella speranza e coesione necessaria a sostenere i sacrifici (impossibili) che i creditori chiedono;
3) l’appartenenza all’euro priverebbe ancora la Grecia della possibilità di agire secondo le proprie scelte e interessi economici (non quelli di Germania & C.) per far ripartire la propria economia e trarre almeno profitto dalla gravissima situazione depressiva in cui si trova.
Tra l’altro, entrando più a fondo nelle previsioni pro-cicliche del bilancio greco (è lo stesso Krugman a fare i calcoli) nel grafico del budget primario (escludendo cioè la spesa degli interessi sul debito) appare persino l’incredibile figura della Grecia in testa alla classifica europea dei migliori (in questa classifica l’Italia è seconda, seguita da Portogallo e Germania). Questo significa che non è assolutamente vero che i greci non vogliono fare sacrifici, i sacrifici li hanno fatti e hanno prodotto buoni risultati anche, solo che in una situazione depressa come quella che gli sciagurati ‘statisti’ europei hanno creato, è impossibile uscire da una crisa grave per chi si è trovato sul groppone un debito pesantissimo lasciato in eredità da chi ha governato in precedenza.
Una feroce critica sulla presunta incapacità dei greci di fare vita ‘morigerata’ viene proprio da un economista italiano: Francesco Giavazzi, che sul Financial Times sostiene apertamente che in cinque anni di crisi i greci non hanno imparato ancora niente. Meglio andare avanti senza di loro! A rispondergli è Karl Whelan su Bull market che sfodera tutta una serie di tabelle e grafici a dimostrare che il popolo greco ha già sopportato una pesantissima serie di sacrifici, e se non sono bastati non è colpa loro. Giavazzi tuttavia, nello stesso articolo sul Times, dice anche una cosa molto giusta: “(…) l’euro però non puo essere il sostituto di una indispensabile integrazione politica. Senza tale integrazione l’euro non può sopravvivere. Oggi la Grecia si trova proprio in mezzo a questo ingranaggio che non funziona”.
Non basta però guardare solo da una parte. Nella situazione venutasi a creare oggi un problema gigantesco ce l’hanno anche i creditori, che non sono però già più gli stessi che hanno originato quel debito insopportabile della Grecia. Oggi, grazie alla facilità con cui i soldi girano e cambiano colore, quel debito originario ha già cambiato mano, forse anche più volte. Ricorda un po’ (ma con significative differenze) quello che è già successo nella prima decade del millennio con i titoli dei subprime mortgages. Chi ha emesso quei titoli non ha aspettato che arrivassero a scadenza per riscuoterli ma li ha trasformati in titoli di risparmio rifilati a ignari investitori che poi hanno perso soldi, mentre i truffatori guadagnavano miliardi.
Anche in questo caso, i prestiti concessi originariamente ai greci dalle banche sono già stati sostituiti in gran parte da altri prestiti concessi dalla ‘Troika’ (Fmi, Ce, Bce) e purtroppo saranno i creditori di oggi a restare col ‘cerino acceso’ in mano se la Grecia andrà in default, non quelli che hanno originato il credito (e nemmeno quelli che hanno sottoscritto il debito).
Che fare? Personalmente sono convinto che entro lunedì troveranno un accordo per mantenere la Grecia nell’euro e nell’Europa, ma (a meno che vengano accolte tutte le richieste dei greci) alle condizioni attuali la convenienza dei greci è decisamente quella di uscire di corsa dall’euro, senza tentennamenti!

venerdì 19 giugno 2015

Maturità 2015, ad andare avanti è ancora l’Italia dei furbi



18 giugno 2015.  Ore 12:49. Leggo e riporto: “Il 22 per cento degli studenti alle prese con gli Esami di Stato ha dichiarato che avrebbe copiato grazie all’ausilio di un dispositivo elettronico. Il 21 per cento avrebbe deciso al momento. In definitiva, è sicuro che il 43 per cento dei maturandi ha portato con sé uno smartphone o un tablet. Una percentuale non affatto bassa se si considera che, secondo le indicazioni del Miur, dovrebbe essere pari allo zeroÈ questo il risultato dell’indagine condotta dalla redazione di Studenti.it, attraverso domande dirette, tra più di 8.000 utenti”.
Dieci sono le “domande dirette” di cui sopra:
1. Prevedi di inserire appunti e note nei vocabolari d’italiano, latino o greco?
2. Durante gli anni delle superiori ti hanno mai beccato a copiare?
3. Hai dei compagni di classe che pensi ti aiuterebbero a copiare durante gli esami?
4. Credi che ti lasceranno andare in bagno durante le prove scritte alla maturità?
5. Prevedi di usare cellulari, smartphone, iphone o cuffiette per copiare alla Maturità?
6. Hai mai usato bigliettini negli ultimi mesi per copiare?
7. Gli altri compagni copiano mai da te?
8. Durante le verifiche negli ultimi mesi hai copiato?
9. C’è una prova che vuoi copiare più delle altre?
10. Insomma, ammettilo: hai in programma di copiare agli esami di Maturità?
Interessanti le domande e soprattutto le risposte possibili. Dietro di esse c’è l’Italia dei pizzini, passati di mano, nascosti nei vocabolari o in altri luoghi più o meno intimi e personali. C’è l’Italia dei furbi che pensano con mesi in anticipo ai metodi e alle persone da sfruttare per passare l’esame. C’è l’Italia dei tronisti e delle veline – quanto sono efficaci i modelli delle Tv cavalleresche!- certi che il modo di cavarsela sia la seduzione grazie al loro fascino… alla faccia della maturità!
In troppi non hanno vergogna alcuna di imbrogliare o almeno di volerci provare. Lo si considera un diritto e un dovere. Si comincia dagli anni di scuola e si continua per l’intera vita professionale. In Italia. Se poi si fa parte dell’altro cinquantasette per cento, quelli che vogliono giocare pulito, che contano sulle loro capacità, sulla meritocrazia – che non è una parolaccia oscena- spesso l’unica cosa da fare è andarsene. Altro che fuga delle intelligenze. Questa è la fuga degli onesti.
Grande scuola la nostra. D’altra parte cosa possono fare i poveri insegnanti? Stare lì a sequestrare telefoni, tablet, auricolari, ricetrasmittenti e piccioni viaggiatori? Impedire ai giovani maturandi, tutti incontinenti e prostatici, povera giovane generazione già anziana, a non farla per sei lunghe ore? Oppure proporre nei cinque anni di scuola secondaria superiore valori e comportamenti puntualmente e quotidianamente smentiti dai tanti, di ogni ordine e grado, le cui imprese occupano le pagine di cronaca dei nostri quotidiani? Dovrebbero farlo, portando la loro credibilità al valore zero? Perché dovrebbero?
Inutile continuare a raccontare del rinnovamento della scuola italiana, di quanto possa e debba essere buona, quando poi, fuori dalle mura scolastiche è tutto e solo… chiamiamola noia. Per pudore.
Certo. Difficile considerare valida la statistica raccolta. Naturalmente non si può fare di ogni erba un fascio. Ovvio che ci sono quelli che arrivano alla Maturità con la media del dieci e ricevono il bacio accademico dalla commissione. Poi, in fondo, lo sanno tutti che la maturità non serve a niente. Come serve a poco la laurea triennale. Per non parlare della specialistica. In fondo a che serve studiare…
Che tristezza.

martedì 16 giugno 2015

"Thriller trilogy" sugli scudi !



Devo dire che MediaWorld mi porta decisamente fortuna. Dopo il primato di "Pàntaclo", un'altra sorpresa ancora più eclatante. Nella speciale Classifica dei 10 libri più graditi nel periodo dal 16/03 al 15/06 ha fatto il suo ingresso al 7° posto il mio eBook "Thriller trilogy".
Questa classifica si basa, oltre che sulle vendite del libro, anche sui giudizi dei lettori che vengono espressi in voti. Nella Classifica entrano i libri che hanno le medie più alte. Ebbene "Thriller trilogy" con 37 voti e la media del 4,27 si è guadagnato la settima posizione.
Fa un certo effetto vedere il mio libro in compagnia di Dan Brown, John Grisham, Suzanne Collins, Glenn Cooper e James Patterson.
Una grande soddisfazione e una piccola rivincita nei confronti del totale disinteresse dimostrato da parte delle grandi Case Editrici.

domenica 14 giugno 2015

N. 1 su Mediaworld !



E' con grande soddisfazione che oggi posso comunicare che il mio eBook "Pàntaclo" è balzato in vetta alla Classifica TOP 10 di Mediaworld. Un successo insperato e un grazie a tutti coloro che lo hanno reso possibile.

sabato 13 giugno 2015

Derby della Mole? Per le bestie avevamo uno zoo: riapriamolo!



C'era un tempo in cui a Torino - la nostra Torino - gli animali stavano in gabbia. Era il 20 ottobre 1955, quando il Sindaco Amedeo Peyron tagliava il nastro del primo ed unico giardino zoologico in città: noto in gergo come ''al Parco Michelotti''. 
Pachidermi, felini, scimmie e serpenti. Anche due rarissimi rinoceronti indiani, cacciati in patria a causa del proprio ed unico corno. Non tutti lo sanno ma ai tempi gli indigeni sostenevano che la polverina (inebriante) derivata dal corno dell'animale avesse la capacità di donare all'uomo - se ingerita - qualche forma particolare di super potere. 
Credenze a parte, ben presto la struttura diventa insostenibile per la città. Se ne vanno i leoni, se ne vanno i rettili. Via anche i 1353 pesci rari. Restano i due rinoceronti indiani, più rari e soli che mai. Il 22 marzo 1987 la Città' apre tutte le gabbie e anche i due paffuti mammiferi imboccano la via per Zagabria. 
A noi restano le inferriate con ancora le serrature, le chiavi e i lucchetti ben funzionanti. E visto che le nostre carceri sono sempre 'troppo piene', ecco che dopo gli ultimi fattacci avvenuti nel Derby della Mole, ci viene in mente un'idea, forse una provocazione, ma visti i tempi che corrono un tentativo lo si potrebbe anche fare: avevamo un Zoo, riapriamolo. E mettiamoci dentro le bestie.  
Non i rinoceronti, i leoni o gli elefanti e via dicendo. No, loro stanno bene nel proprio habitat, in mezzo alla natura. Mettiamoci dentro quegli esseri indefiniti e indefinibili. Mezzi uomini, ominicchi, anzi. Quei quaquaraquà che con somma codardia si nascondono in mezzo alla folla e trasformano una giornata di sport (e di festa, la vittoria mancava da 20 anni) in una lotta armata, che neanche negli anni di piombo. 
''Il mio consiglio è stato: mi raccomando, la prima non deve essere una torcia, che crea scompiglio, ma una BC (bomba carta, ndr). Se fosse stata lanciata una torcia, si vanificava tutto”. Queste le parole proferite con grande soddisfazione agli amici-animali da tale 'non tifoso', dopo il fattaccio. Frasi intercettate che hanno permesso alla polizia di arrestare l'attentatore.  
Era già stato 'bannato' dalla società bianconera, la quale non gli ha permesso di comprare il biglietto per la partita. Era inserito in un gruppo di WhatsApp denominato 'Cani sciolti'. Pseudonimo perfetto per gli animali presenti. Per le bestie che ora dovrebbero tornare in gabbia. O almeno restare chiusi in cella. In ogni caso, basta che non tornino in mezzo a noi. Avevamo uno zoo, riapriamolo e infiliamoci dentro certi individui. Lasciamo che la gente possa osservarli incuriosita, andiamo noi la domenica a tirargli le noccioline e le banane, mentre loro stanno lì, legati per il collo, messi alla berlina. Perché è così che si fa con certe bestie, è così vanno trattati certi animali. 
Loro con noi non centrano nulla, loro non meritano di stare nella nostra società: non ne hanno diritto. Scusate l'espressione forte: certi individui, non sono nostri pari.
 

venerdì 12 giugno 2015

Samantha Cristoforetti: da De Luca a Fedez, cosa si è persa in questi 200 giorni



Back on earth. Samantha Cristoforetti è tornata sulla Terra. E presto rimetterà piede anche in Italia. Cosa l’aspetta, a parte le ospitate da Fazio, i selfie con Renzi e le marcette con Mattarella? Vediamo prima a che punto della telenovela italica era rimasta. Il primo giorno che il capitano Cristoforetti ha passato sulla stazione internazionale Iss, era il 24 novembre dell’anno scorso, i quotidiani nazionali aprivano le prime pagine sulle elezioni regionali. “Lo schiaffo dell’astensione”, il titolo del Corriere della Sera. “Fuga dalle urne”, quello di Repubblica. Il Pd conquista Emilia Romagna e Calabria, ma il vero trionfatore di queste Regionali è l’astensionismo: “Alle urne solo il 40%. Bonaccini e Oliverio sono i nuovi governatori di centrosinistra. E la Lega di Salvini doppia Forza Italia, scesa sotto il 10%. Malissimo anche il M5S”. Il Sole 24Ore si occupa invece delle cene di Renzi con cui è partito il futuro del finanziamento dei partiti, dopo che l’apporto di aiuti statali si andrà gradualmente riducendo con l’abolizione dei rimborsi elettorali. Caccia ai fondi: dalle serate a tavola al crowdfunding via internet o con sms. Perché – scriveva sempre il quotidiano di Confindustria – dal 2017 le formazioni politiche dovranno provvedere totalmente in proprio al loro sostentamento. “Le cene a mille euro a persona – spiegava quel 24 novembre il tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi – sono la punta di un iceberg”.
Sono passati duecento giorni. Samantha venerdì è tornata sul pianeta, atterrando con la Soyuz in Kazakistan, e quando rientrerà in patria troverà tutto come l’ha lasciato. O quasi. Alle ultime elezioni regionali l’affluenza si è fermata poco sopra al 50%: solo un elettore su due è andato a votare, complice forse il ponte del 2 giugno e la disaffezione alla politica. Il centrodestra ha conquistato il Veneto con Zaia e, a sorpresa, la Liguria con Toti. De Luca si è preso la Campania. Per Renzi è stato un mezzo stop, per Berlusconi una mezza vittoria. Crescono M5S e Lega.  Quanto al finanziamento dei partiti, dalle carte dell’inchiesta su Mafia Capitale spuntano alcune intercettazioni di Salvatore Buzzi, il capo della cooperativa al centro dello scandalo: per partecipare alla cena con Renzi la sera del 7 novembre 2014 al Salone delle Tre Fontane di Roma “ho versato 15 mila euro al Pd e 5 mila alla Leopolda”.
Tutto uguale a quando è partita. Anzi peggio. Che noia lasciare le stelle per tornare a leggere i titoli dei giornali sulle stalle giudiziarie e sullo stallo della politica, povera Samantha. E che responsabilità: all’inizio di aprile Matteo Renzi l’aveva chiamata sull’Iss: “Torni presto, l’aspettiamo per costruire un’Italia migliore del passato”, le aveva detto il premier collegato da Palazzo Chigi dichiarandola così “embedded” in missioni assai più complicate degli esperimenti sulle nanotecnologie o sulla preparazione del caffè in assenza di gravità. Certo, nel frattempo potrà distrarsi con il dibattito sulle notti brave di Fedez o sulla “fatwa” lanciata da Umberto Eco contro i social network. Ma basterà? Perché a vederla da lassù l’Italia è bella. Ma a viverci pare il manicomio dell’universo.  E come cantava Rino Gaetano, il cielo è sempre più blu.

mercoledì 10 giugno 2015

Padania a Europei popoli non riconosciuti Esordio? Contro la nazionale dei Rom



Agli Europei di calcio ConIfa (la federazione calcistica cui sono affiliati gli stati non riconosciuti, le minoranze etniche e linguistiche e i popoli senza stato) che si terranno a Debrecen, in Ungheria, dal 17 al 21 giugno la nazionale dell’immaginario territorio padano è stata inserita nel girone con Abkhazia, Isola di Mann e Rom. La partita inaugurale sarà proprio tra Nazionale della Padania e la Nazionale dei Rom: una nemesi storica per la squadra il cui politico di riferimento Matteo Salvini non manca ogni giorno di insultare Rom e Sinti. Per non parlare della mitologia delle ruspe con cui vorrebbe radere al suolo i loro insediamenti. Prima di cadere nei peggiori stereotipi, e di definirli più volte come “dei rompicoglioni”, il team manager della squadra Fabio Cerini, sentito da ilfattoquotidiano.it, dice: “Non entreremo in campo con le ruspe ma con un mazzo di fiori e un gagliardetto, come prima di ogni incontro”. E poi tiene a precisare come la squadra non sia più affiliata al partito.
“Dopo la bufera della Lega e l’abbandono della famiglia Bossi la Nazionale della Padania è stata ricostruita da un gruppo di tifosi – continua Cerini -, ovvero da me, Alberto Rischio (direttore europeo della ConIfa, che sul sito del club è definito libero professionista ndr.), Ivan Orsi (gerente del Centro Sportivo, ndr.) e John Motta (che appare come Business Development Manager Oil&Gas per la Russia, en passant grande sostenitrice della Lega Nord ndr.), facciamo tutto da soli con l’aiuto degli sponsor, per la trasferta di Debrecen il budget è di 7mila euro”. Finiti i tempi delle vacche grasse per la squadra che serviva a Renzo Bossi, che ne era team manager, per alimentare le sue manie di grandezza: non si badava a spese (la spedizione in Lapponia per i mondiali del 2008 costò almeno 100mila euro) per convincere ex giocatori di Serie A come Ganz, Piovani e i fratelli Cossato a farne parte, e per vincere così tre Mondiali su tre partecipazioni. La squadra non chiedeva da dove venissero i soldi e i rimborsi spese, il Trota alloggiava in meravigliosi castelli da mille e una notte, tra saune e tappeti rossi.
Ma nonostante quei tempi siano lontani, i legami con la Lega Nord non sembrano recisi del tutto. I dirigenti sono tutti sostenitori del Carroccio, il team manager Cerini dice di averla votata e i profili social degli altri dimostrano lo stesso. E anche il segretario della Lega Matteo Salvini ha dichiarato: “Non ha più senso finanziare la nazionale di calcio, che è una roba da pirla”. Quindi Cerini, come la mettiamo? “Non so come abbia potuto fare questa dichiarazione, che né quest’anno né lo scorso abbiamo ricevuto finanziamenti, si sarà sbagliato: la Asd Padania Fa è totalmente indipendente”. In attesa che si chiariscano tra loro sulle sovvenzioni e i finanziamenti, quello che appare chiaro è la contiguità culturale tra la Nazionale della Padania e il pensiero del segretario leghista. “Noi non siamo razzisti, abbiamo in squadra il fratello di Mario Balotelli”, dice Cerini, ricalcando lo stereotipo del detto ‘non sono razzista perché ho un amico nero’ e rinforzandolo poi con la dichiarazione: “Sono titolare di un’impresa artigiana in cui lavorano due extracomunitari, che sono persone splendide”.
Tralasciando il fatto che in squadra, convocato per il torneo europeo di Debrecen insieme a Enoch Balotelli, c’è pure Riccardo Grittini, che si dimise da assessore allo sport (leghista) del Comune di Corbetta dopo che fu indagato per i cori razzisti contro Boateng durante l’amichevole Pro Patria-Milan, la partita contro la Nazionale dei Rom non sarà vissuta con tranquillità dal team manager. “Non so se sono d’accordo con le dichiarazioni di Salvini sui campi Rom, ma certamente non mi sembra giusto che per questi campi siano spesi soldi che possono andare al popolo italiano, mi girano i coglioni”, continua Cerini nella sua chiacchierata con ilfattoquotidiano.it. Per poi aggiungere: “Io non raderei al suolo nulla, ma poi la mattina mi sveglio e leggo che a Cuneo in casa di due italiani sono entrati dei ladri e hanno sparato”. Erano Rom questi ladri? “Non lo so nemmeno”. E allora perché associa immediatamente questo episodio ai Rom? “Perché tanti ladri che sono stati presi sono Rom”. Quindi c’è un problema Rom? “Sicuramente sì”. E con che spirito affronterà la partita allora? “Non so, magari c’è un popolo che si fa chiamare Rom ma sono integrati, e non vengono qua a romperci i coglioni”.

sabato 6 giugno 2015

Lega, Salvini e le frasi choc: “Va dove lo porta il sondaggio”. I segreti dell’unico partito che vince: tv, facebook e salamella



È Salvini il degno erede di Berlusconi? A giudicare dall’avanzata della Lega Nord nel centro Italia verrebbe da dire di sì. Le Regionali del 31 maggio hanno consegnato al Paese una geografia politica profondamente mutata, con un Carroccio che ha letteralmente cannibalizzato i voti di Forza Italia, riducendo al lumicino quella che un tempo era una spietata macchina da consensi. Non solo il partito guidato da Matteo Salvini è riuscito ad imporsi come prima forza del centrodestra in territori che non erano mai stati generosi con il simbolo dello spadone, ma è anche l’unico che, dati alla mano, sia uscito rafforzato dalla tornata elettorale. La Lega, grazie soprattutto all’avanzata nelle regioni rosse, si è messa in tasca un robusto saldo positivo (+402mila voti rispetto alle politiche del 2013, +256mila rispetto alle europee dello scorso anno). Un dato che assume ancora più corpo se si pensa al contesto di generale disaffezione al voto in cui è maturato. Così la Lega incassa e gli altri lasciano sul terreno tonnellate di consensi.
Ma dove nasce questo risultato? Il merito è ascrivibile in larga misura al frontman, Matteo Salvini, alla sua comunicazione diretta e senza mezzi toni. Un successo che arriva dalle felpe. Dalle parole scandite nelle piazze. Dagli scontri accesi con gli oppositori. Dai temi stessi scelti come terreno di battaglia con gli avversari. Temi urlati e scorretti, capaci di solleticare l’immaginario dell’elettorato più frustrato da una contemporaneità che lascia sempre meno spazio alla ragione e chiede soluzioni a portata di mano. Così contro i campi Rom si evocano le ruspe, contro i clandestini l’affondamento delle navi e via di questo passo. Un messaggio radicalizzato e spinto al limite che interpreta lo spirito del momento. La ricetta è semplice e replicabile: il leader si infila nella polemica giusta al momento giusto, la cavalca e riesce a trarne il massimo vantaggio. “A Salvini  piace insomma trasformarsi ed esibire i muscoli - si legge nell’ebook Matteo Salvini #ilMilitante scritto dal giornalista del ilfattoquotidiano.it Alessandro Madron insieme a Alessandro Franzi (Ansa) – Da comunista ad amico dell’estrema destra. Da indipendentista a nazionalista. E come ogni leader ha bisogno di un palcoscenico”. Secondo i due “esperti di Carroccio” “c’è chi dice, parafrasando il celebre titolo di un libro di Susanna Tamaro, che lui va non dove lo porta il cuore ma il sondaggio del momento. O, da un altro punto di vista, lui va dove lo porta il suo fiuto politico che ricorda molto quello di Bossi. Chiunque osservi le sue acrobazie all’insegna del politicamente scorretto gli dà atto di saper fare bene una cosa soprattutto: vendere se stesso e la sua merce politica dove occorre, quando conviene e nella quantità che chiede il suo pubblico. Tutte le idee collezionate in oltre vent’anni di attività politica si traducono in un uso massiccio di parole d’ordine schierate con nettezza. Che mobilitano e danno scandalo allo stesso tempo. O di qua o di là, appunto. Non si potrebbe dunque spiegare l’ascesa politica del giovane leader della Lega se non si mette la sua storia di militante sul palcoscenico – reale e virtuale – che calca quotidianamente davanti agli occhi degli italiani”.
Nel libro Madron e Franzi, oltre alla ricostruzione biografica del leader che ha resuscitato la Lega, cerca di analizzare  in maniera critica, concreta e compiuta – e liberandosi dal pregiudizio – i modi e i contenuti della comunicazione salviniana, vera chiave di lettura del suo successo elettorale. Un leader apparentemente senza qualità, senza esperienza e senza meriti particolari, che è riuscito a resuscitare la Lega, partito dato per morto dai più, che oggi, dopo aver cambiato pelle, incarna le ambizioni della destra italiana meglio di qualunque altra forza politica. Le parole d’ordine del Salvini-pensiero girano tutte intorno alla “distinzione tra amici e nemici. Nessuna via di mezzo”. Insomma, con lui o contro di lui. Parole che “non si comprenderebbero abbastanza senza i toni scelti per propagandarle”. È infatti “con frasi dure, sconvenienti e scioccanti che il leader della Lega rende visibile questa netta divisione fra amici e nemici. L’Unione Europea? È ‘il quarto Reich, i nuovi nazisti’. O è anche, in altre occasioni, ‘l’Unione sovietica europea’, la dittatura tecnocratica”.
In questo solco si innestano anche i toni usati per parlare di altri temi, come l’immigrazione di massa e le politiche d’accoglienza. È qui che “Salvini dà il meglio o il peggio di sé”. Nell’analisi de #ilMilitante si ricorda: “Quando nel canale di Sicilia, il 19 aprile del 2015, un barcone si è rovesciato in mare provocando più di 700 vittime, ha attaccato il governo non appena erano iniziati i soccorsi: ‘Altri morti sulle coscienze dei falsi buonisti, di Renzi e Alfano’, premier e ministro dell’Interno. “Bisogna fare un blocco navale internazionale subito, per bloccare le partenze”. ‘Un raccapricciante cinismo’, l’ha definito il leader di Sel, Nichi Vendola. Il partito del premier Renzi ha dato a Salvini dello ‘sciacallo’. A lui non sembra importare. Anzi, più lo attaccano, più si rafforza. E allora alla provocazione aggiunge provocazione: Salvini veicola i toni forti in ogni modo e con ogni mezzo. È proverbiale la sua massiccia presenza mediatica, ma non si limita a questo. Ci sono anche i comizi, le feste della Lega, gli appuntamenti tradizionali durante i quali incontra la base e rinverdisce quel rapporto fatto di pane e salamelle. Il quadro però non sarebbe completo senza considerare l’aspetto più caratteristico della sua comunicazione: l’uso compulsivo ma tecnicamente efficace dei social network, Facebook su tutti. “È da li che ha lanciato frasi scandalose come quella di non far attraccare i barconi dei migranti a Lampedusa o quelle contro gli avversari politici da prendere “a calci nel culo”. Dichiarazioni fatte con slang giovanile e l’aria scanzonata da bravo ragazzo che, propagate dal pubblico, diventano scazzottata tra fazioni rivali, fino a raccogliere gli sfoghi più viscerali”.