In gabbia

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sabato 25 aprile 2015

La guerra dei droni



È straordinario come basti che un qualsiasi politico appena più garrulo del solito pronunci la parola magica che in televisione, sui giornali, su Internet si scateni la canea dei ripetitori impenitenti e purtroppo impuniti. Impuniti perché il ripetitore seriale di ovvietà o di stupidaggini genera a sua volta una valanga di imitatori, uno peggiore dell’altro. E alla fine nessuno sa chi abbia iniziato e tutti seguono come i famosi topi del pifferaio di Hamelin. Con questa storia delle barche che portano ondate di disperati in fuga c’è solo l’imbarazzo della scelta delle parole sbagliate e inutili o usate a vanvera, ma blocco navale e drone battono tutte. Con drone che vince di gran lunga sia nelle preferenze dei ripetitori seriali che nell’entità delle stupidaggini che riesce a generare.
Naturalmente il novanta per cento di chi dice drone non sa di cosa parla. A cominciare dalla parola stessa che ormai è stata acquisita nel linguaggio comune dell’englitaliano per cui si legge “drone” come è scritto e diventa “droni” al plurale. Ce ne faremo una ragione, anche se riesce ancora difficile capire perché una lingua come la nostra che ha 183.594 parole registrate nel Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia (senza contare quelle contenute negli aggiornamenti del 2004 e del 2009) debba andare a farsene prestare di nuove dagli inglesi che nel loro Oxford English Dictionary  ne registrano “appena” 171.476.
Comunque. Nel racconto fantastico di politici arruffoni e giornalisti approssimativi il drone, assurto a feticcio, ha due caratteristiche: può fare tutto ma soprattutto è invincibile e non sbaglia un colpo.
Ci sono cento barconi da distruggere? Zack, zack e bi-zack. Pulvis es et in pulverem reverteris.
Naturalmente chi ci fornisca i mitici droni non si sa. L’Italia, che è uno dei primi e maggiori operatori europei di Uav (Unmanned Aerial Vehicles) o Apr (Aeromobili a pilotaggio remoto) nella vulgata italiana, ne ha dodici rigorosamente disarmati non perché siamo pacifisti (che stupidaggine!) ma perché gli americani non ci danno il permesso di montarvi le armi. Gli inglesi lo possono fare, noi no. Essere alleati dà dei vantaggi che non sono necessariamente estesi ai maggiordomi anche se li fanno accomodare nello studio ovale e gli si rivolgono con un confidenziale “Matteo”.
Ma ammettiamo per un momento di averle queste armi. Parliamo dei missili Hellfire, nati come controcarri lanciati da elicottero, hanno trovato una seconda vita riciclati come cancellatori di alqaedisti/jihaddisti da bordo degli Uav americani e inglesi. Se li avessimo e li potessimo sparare contro i barconi si porrebbe subito un bel problema. Quanti ce ne vogliono? Quanto ci costerebbero? Ammettendo che ogni tiro sia un centro (neppure Guglielmo Tell sarebbe sicuro di fare cento centri con cento colpi) parliamo di decine, forse centinaia di missili. Barconi, barchette, gommoni, pescherecci: ne salpano decine al giorno e non solo dalla Libia. E ogni missile costa quasi 6700 dollari, non proprio bruscolini. E quanto tempo impiegheremmo per fare piazza pulita di ogni possibile bersaglio? Mesi, forse, considerando che un Apr armato porta al massimo 2 o 4 missili. E nel frattempo, in attesa della soluzione finale per i barconi, se la genialissima idea di usare i droni come li chiamano, passasse, cosa dovremmo fare? Chiedere ai trasportatori di astenersi? Di non procurarsi nuove barche? Ditecelo per favore. Siamo curiosi.
Costose, ma senza rischi, le missioni. Dicono. Nessun pilota andrà perso o catturato. Loro stanno seduti a qualche migliaio o centinaio di chilometri. Gli italiani sono nella base “Luigi Rovelli” di Amendola a due passi dal Gargano e a un tiro di schioppo dalle spiagge dell’Adriatico. Sembra un videogioco, come racconta qualche rara testimonianza di chi vi ha operato, e come tutti i videogame la realtà non è fisica, è virtuale, è una telecamera che rimanda immagini più o meno nitide. È come in tutti i videogiochi chi spara non sbaglia mai. Almeno questo è quello che ci raccontano: laser, satelliti, telecamere che vedono di notte e di giorno tutto parla di un’invincibile precisione. Peccato che il punto di vista di quelli che stanno dall’altra parte del missile non sia esattamente lo stesso. Senza citare il povero Lo Porto ammazzato non dai suoi rapitori ma da un missile dei suoi liberatori putativi, i morti “collaterali” fatti dai velivoli a pilotaggio remoto americani in questi anni sono stati centinaia, forse migliaia. Un articolo apparso qualche mese fa sul britannico Guardian che cita dati di Reprieve, un’organizzazione inglese di difesa dei diritti umani, rivela come per eliminare appena 41 “bersagli” distribuiti tra Yemen e Pakistan, gli Apr americani abbiano lanciato centinaia di missili uccidendo 1147 civili, comprese donne e bambini. Quasi 29 ammazzati per ogni presunto terrorista. Ad esempio, per uccidere il capo talebano Baitullah Mehsud sono servite sette missioni e sono state uccise 164 persone, oltre al bersaglio. Per Qari Hussain, ucciso il 7 ottobre 2010, sono stati necessari 6 bombardamenti e 128 morti. Naturalmente una parte dei 41 “bersagli” è ancora viva e vegeta nonostante gli attacchi. Ayman al-Zawahiri, attuale capo di al Qaeda, è vivo nonostante almeno due attacchi con i droni e 105 “collaterali” uccisi. Oppure Nasser Abdel Karim al Wuhayshi, leader della stessa al Qaida nello Yemen, che è stato preso di mira due volte inutilmente ma uccidendo in compenso altre 38 persone. Tanto per confermare la precisione e l’affidabilità dei droni.
Sono tanti i fattori che impattano sulla precisione e efficacia degli Apr. L’intelligence, in primis. Difficile essere certi di che cosa si trovi qualche chilometro più in basso se ci si affida solo alle telecamere o alle intercettazioni radio. Ancora più difficile se chi lancia i missili sta a settemila chilometri di distanza, come nel caso dei piloti americani. Dirigono le loro armi dalla Creech Air Force Base nel deserto del Nevada vicino Las Vegas. Qui si trovano il 432nd e il 732nd Operations Group da cui dipendono tutti gli Apr statunitensi. E da qui operano anche i piloti del 39 Squadron della Raf britannica che controllano i droni armati Reaper. Essere così lontani dall’aereo che si controlla comporta anche non pochi problemi di coordinamento. Un comando impiega alcuni secondi ad arrivare all’aereo e viceversa. Il segnale, che passa su un satellite, deve viaggiare per 72mila chilometri. L’effetto è quello di certe dirette tv, con silenzi lunghissimi tra domanda e risposta. Immaginate la pausa applicata ad un obiettivo che magari è in movimento. Quando il missile arriva il bersaglio è già altrove. Chi ammazzerà il missile?
E comunque la favoletta della guerra a distanza pulita è una pura e semplice storia fabbricata per intossicare l’opinione pubblica e farle credere che ci possano essere delle buone uccisioni, dei Good Kill come si intitola il film di Andrew Niccol che racconta le giornate di questi uomini nell’ombra. E come vi potrà confermare Raymond Bryant, un operatore americano di droni che dopo oltre 1600 missioni di morte è stato congedato con un Ptsd (disturbo post traumatico da stress), una sindrome psichiatrica che di solito colpisce i combattenti. Ma reale o virtuale, per il cervello l’immagine della morte si sovrappone. E per chi si trova al centro del reticolo di mira, la morte ha lo stesso odore che sia sporca o pulita.

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