In gabbia

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domenica 15 febbraio 2015

Quando “Lui” interviene solo all’ultimo momento di Massimo Gramellini


Non mi sembra proprio possibile. Ancora ieri faceva fatica a coordinare i movimenti per la pedalata sul suo triciclo di plastica, e oggi all’improvviso la vedo pedalare - che faccio fatica a rincorrerla a piedi - sulla sua bicicletta. È una bicicletta formato bimba di tre anni, ma una bici vera anche se con annesse rotelline, non un triciclo o un giocattolo; d’altronde il suo papà è uno che in bici ci va sul serio, ci suda sopra per la fatica e gli piacciono le scalate. 
Arrivato ai giardinetti la lascio correre e giocare con gli amici, molti sono suoi compagni dell’asilo che è sull’altro lato della strada, e mi siedo su una panchina a godermi questo ultimo sole d’autunno, tenendo d’occhio bimba, bici, altalene e scivoli, e intanto penso: «Però com’è cresciuta! E che bici! Io la bici vera al suo papà l’avevo comperata che aveva forse cinque anni - però gli avevo preso un modello bmx e ci era subito andato a fare le gare; ma forse non ricordo più bene, forse all’età di sua figlia gli avevo preso anch’io una mini bici, anzi sì, sono sicuro, era piccola ma proprio bici e con le rotelline, era tutta colorata di giallo e rosso e quando l’ha vista nel grande negozio ci è subito salito sopra, ha pigiato forte sui pedali ed è andato dritto fino in fondo al magazzino, fino a sbattere contro uno scaffale, per poi subito scendere, girare la bici e pedalare verso il portone che se non l’avesse fermato sua mamma sarebbe andato direttamente e pedalare per la strada». È un soffio, un momento di quelli che non te ne accorgi, ma la mente corre e rivive cose di tanti anni prima, trenta e forse più.  
Allora avevamo una casetta in mezzo ai boschi in collina, un prato intorno alla casa, una riva che scendeva nel bosco e ai bordi della riva avevo sistemato dei mattoni e creato uno spazio per fare il fuoco che alimentavo con i rami di potatura e con altra legna che raccoglievo nel bosco; ci facevamo spesso la carne ai ferri, e ogni anno ci facevamo la conserva di pomodoro che poi imbottigliavamo e che ci durava per tutto l’inverno successivo. Era un grande lavoro: prima al mercato generale del paese a comperare cassette di pomodori, carote, patate e tante altre cose che non ricordo; dopotutto io facevo solo il lavoro di facchinaggio, era mia moglie che sceglieva i gusti e le verdure necessarie. Poi, caricato tutto in macchina e via a casa a tirare fuori la grande «ramina» da 50 litri, pulire le verdure sul tavolo da campeggio in mezzo al prato, accendere il fuoco poi con delicatezza si mettevano tutti gli ingredienti nella casseruola e si portava a lenta ebollizione mescolando con cura in modo da creare un amalgama tra le diverse verdure; la cuoca aggiungeva un tocco di sale e di zucchero - mai capito perché ma questo era uno dei segreti della ricetta - e via rimestando, asciugando il sudore, chiacchierando, ridendo al sole, all’aria pulita, insomma godendo la vita e la gioia di essere famiglia.  
Era bello quando nella ramina le verdure si scioglievano e si amalgamavano in un corpo che si faceva man mano più omogeneo, rosso come colore dominante dato dai pomodori, ma con tracce di colori delle altre verdure che lasciavano il loro giallo e verde in diverse gradazioni. Era proprio così che tra la pausa di una vigorosa rimescolata e la successiva, mi ero fermato a contemplare l’immagine della conserva in ebollizione, dei crateri che si formavano sulla superficie per poi diventare bolle che scoppiavano mandando schizzi anche fuori dalla ramina; mi richiamavano lo spettacolo primordiale della formazione del mondo, dei vulcani che tracimando lava riprogettavano l’ambiente ponendo le basi a quello che sarebbe poi diventato il mondo attuale, con il suo verde dei prati, l’azzurro del cielo, il giallo e rosso della bici del mio bambino che stava giusto pedalando nei dintorni. Mi ero girato per guardarlo e, ancora preso da questi miei pensieri, come se io fossi una persona diversa e fuori da me stesso, l’ho visto partire a tutta velocità, puntare dritto sul fuoco, andare a sbattere con la ruota fino a incastrata sotto la grande ramina, poi la bici e il suo piccolo corpo fare come una capriola in avanti fino a mettere la testa proprio sopra il vulcano in attività che era la mia conserva in bollitura e... Non so quanto sia lungo un secondo - o meglio lo so bene dato che molti dei miei oggetti digitali hanno funzioni diverse a seconda che venga premuto un pulsante per uno o due o più secondi - ma quello di allora è durato un’infinità: ho visto il viso di mio figlio come entrare nella casseruola, starci appeso sopra a una spanna di altezza, e poi ricadere all’indietro; i miei sogni di vulcani primordiali si sono stoppati con un immenso tuffo al cuore e solo dopo X secondi sono come rientrato nel mio corpo per sgridare il figlio per la cosa pericolosa che aveva fatto e che non doveva assolutamente fare più.  
Il suo angelo custode era stato attento anche se era intervenuto solo all’ultimo momento; purtroppo anni dopo non più sulla bici ma su una moto lo stesso angelo custode era distratto o troppo occupato - ma questa è un’altra storia. Come se mi stessi risvegliando dalla contemplazione del vulcano creato dalla conserva e dal pensiero della - per fortuna? - mancata caduta dentro la ramina di mio figlio, mi sento scampanellare, mi giro e vedo la mia nipotina che, ferma sulla bici mi dice: «Che fai nonno, dormi?». No, le rispondo, stavo pensando alla bici del tuo papà che era bella gialla e rossa, ma la tua è ancora più bella. 
Lei ride, si gira, pedala con forza verso un gruppetto di amici gridando una specie di «Hiabba dabba duu», io la guardo con apprensione perché pedala molto forte, ma... indossa un caschetto. 
Giancarlo Barbero  

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