martedì 28 aprile 2015

L’Italia può essere il miglior paese del mondo, ripartiamo da Milano?


A Shanghai si è svolta una fiera in cui erano presenti decine di aziende italiane, insoddisfatte dell’organizzazione e di una gestione dell’ICE che era meglio non ci fosse, abbandonate a se stesse, con un paragone impietoso addirittura allo spazio delle aziende tedesche, con lo scandalo, di uno stand di 2 metri per 2 per pubblicizzare Expo (nella città del precedente Expo) senza neanche una persona a spiegare alcunché, lasciato vuoto con due volantini in balia di se stesso e completamente inutile.
Ma nel contempo c’erano giganteschi stand di aziende cinesi che esponevano prodotto cinese di bassa qualità con gusto italiano, con immagini enormi del Duomo, della Galleria, con ogni cosa che potesse ricordare Milano e la Bellezza dell’Italia. Non Parigi o Londra, sia chiaro, ma Milano. E negli occhi delle persone, cinesi quando sentivano la parola Milano, si vedeva lo sguardo illuminarsi, magari non capendo altro e non serviva altro, per acquisire credibilità e spessore.
A Singapore si è avuto modo di toccare con mano quello che Milano è e deve ambire ad essere, semplicemente la città più ‘figa’ d’Europa, permettetemi il termine, in tutti i suoi aspetti, così come Singapore lo è per l’Asia. La città dove tutti vogliono vivere e costruire il proprio futuro.
Negli stand di multinazionali estere c'erano diversi italiani che li vivono e che fanno parte di quei 23 miliardi di euro di istruzione che regaliamo agli altri Paesi dopo averli formati per 20 anni da noi. In ognuno di loro, che guadagnano stipendi inimmaginabili qui da noi ora, pagano il 5% di tasse e hanno la città con i migliori servizi al mondo, si è avvertita una mancanza di Italia che cova sotto a ogni cosa, e che ce li riporterà prima o poi. Torneranno tutti, da lì come da ogni parte del mondo.
C’è un esercito di intelligenze, competenze, esperienze italiane che è la più grande ricchezza che ha il nostro Paese e che non aspetta altro che li facciamo tornare.
E contemporaneamente c’è un esercito ancora più grande di umanità che vive in posti che non eguaglieranno mai la qualità di vita del nostro Paese e che sognano l’Italia, l’amano senza conoscerla, la vorrebbero vivere in ogni suo aspetto.
Ecco, a queste due classi di persone noi ci dobbiamo rivolgere nella nostra azione sociale e politica con una visione ben precisa.
Per far tornare questa umanità italiana e far arrivare la prima volta questa umanità nuova dobbiamo avere la visione e la convinzione che l’Italia ha tutte le caratteristiche per essere il migliore Paese del mondo e che Milano può e deve esserne la porta d’ingresso.
Dobbiamo avere l’ambizione di prendere spunto da questi esempi di eccellenza per pensare una città che sia ancora più pulita, più sicura, più verde, più aperta e rispettosa delle diversità, che sia un centro di eccellenza per gli studi e per la ricerca, che diventi il posto migliore in Europa dove aprire aziende e inseguire i propri sogni di start up, dove artisti e creativi vogliano venire a mischiarsi e confrontarsi, che sia il posto migliore dove mettere su famiglia e cominciare a fare figli con un grande ottimismo verso la vita e verso il futuro.
Siamo la Regione più produttiva d’Europa, siamo nel posto geograficamente migliore in Europa, abbiamo aziende eccellenti in diversi settori, e attraiamo qui i migliori cervelli dell’Italia, prima di farli scappare all’estero a inseguire i propri obiettivi.
Ecco, proprio perché ogni grande conquista è un sogno prima di diventare realtà, mi piacerebbe avessimo tutti insieme questo sogno di rendere Milano la città dove realizzarsi, dove la gente voglia venire per creare il proprio futuro, immaginiamola come capitale della rinascita italiana, e un centro di sperimentazione di tutte le buone politiche che possano portare sviluppo.
E dal momento che copiare bene è meglio che innovare male, cerchiamo di comprendere quello che realtà come Singapore, Barcellona, Berlino o altre possono insegnarci in termini di sviluppo pubblico, di buona amministrazione, di attrazione di cultura e arte, di trasporti, di semplificazione dei servizi e di miglioramento della vita quotidiana.
Se chi avrà la responsabilità politica della nostra città nei prossimi anni avrà l’ambizione di inseguire questo sogno, e saprà coinvolgere le migliori risorse e i migliori cervelli, sono sicuro che questi obiettivi cosi grandi saranno possibili, e a giovarne sarà in ultima istanza tutta la nostra comunità.

lunedì 27 aprile 2015

Efficienza, non piagnistei



In un articolo scritto su Repubblica ieri, si evidenziava la rabbia, l'impotenza e la frustrazione delle Forze dell'Ordine nel contrastare i ripetuti fenomeni di violenza che accadono quasi domenicalmente nei nostri stadi. Hanno ragione. Così non si può andare avanti. Serve un intervento drastico e deciso sul modello di quello applicato in Gran Bretagna che ha eliminato, almeno in patria, il fenomeno degli hooligans.
Fatta questa doverosa premessa, però entriamo più nello specifico ed analizziamo con attenzione il comportamento delle nostre Forze dell'Ordine.
Ovviamente prendo ad esempio il caso più recente e ancora di attualità del Derby di Torino.
Primo: far passare il pullman della Juventus in via Filadelfia è stato un atto di una leggerenza imperdonabile che evidenzia quanto sia stato sottovalutato ciò che poi è avvenuto nella realtà. E' stato come, perdonatemi il paragone, gettare una ragazza superfiga in una cella di carcerati. Sul posto erano presenti poliziotti e carabinieri ai quali non sarà sfuggito che c'era un notevole assembramento di tifosi del Toro. Cosa pensavano, che all'arrivo del pullman della Juve, come le acque davanti a Mosè, si sarebbero aperti in due ali di devoti festanti l'odiata avversaria?
I responsabili avrebbero dovuto segnalare il possibile pericolo di attacco e far fare al mezzo di trasporto il giro più largo, passando dall'altra parte dello stadio, in corso Unione Sovietica, per imboccare via Filadelfia dalla parte opposta dove non c'era nessuno. Non sarebbe successo nulla.
Secondo: ho letto alcune interpretazioni fantasiose di petardi e bombe carta che verrebbero nascosti negli slip di bambini e ragazze per passare ai controlli. Ma per piacere! Lo sanno anche le pietre che tutte queste armi improprie non entrano all'interno dello stadio la domenica, ma durante la settimana quando non ci sono controlli. Gli Ultras hanno i loro nascondigli e si fanno beffe dei poliziotti.
E qui che manca totalmente un minimo di intelligence da parte delle Forze dell'Ordine nel tentare di infiltrarsi all'interno di questi gruppi organizzati per capire come operano, come fanno a far entrare fumogeni, petardi e bombe carta all'interno dello stadio per poi requisirli.
Quello che voglio dire è che si assiste passivamente, senza alcun tipo di intervento, allo strapotere ultrà, che finchè non sarà combattuto realmente con uomini preparati e dedicati a questo tipo di missioni, continuerà a imperversare.
Un plauso quindi alle nostre Forze dell'Ordine per il loro continuo sacrificio e impegno, però svegliatevi signori perché la prossima volta ci scappa di nuovo il morto. 
    

domenica 26 aprile 2015

Naufragio migranti: un Paese a civiltà sospesa che odia perfino i morti


Per tutto ciò che sto per dire contro il Paese carogna che sembra diventato in questi giorni l’Italia, ci sono tre eccezioni: Emma Bonino che ha detto da sola le sole cose che una persona adulta (prima ancora che politica) avrebbe dovuto dire davanti alla tragedia delle centinaia di morti in mare. Walter Veltroni che – giudicatelo come volete – ha fatto un film buono e di sentimenti normali, in mezzo a un vortice di furore cattivo e stupido. E poi il Papa che come accade sempre, è solo nel tentare di far tornare un minimo di buon senso, se non di fraternità nella testa e nel cuore di chi lo ascolta.
Questo è un Paese spaccato su tutto, dunque anche sul film di Veltroni I bambini sanno, fra chi lo approva anche solo perché i bambini sono carini, e chi ne dice male anche solo perché è un film di Veltroni. Ma il film ha fatto centro (come le parole della Bonino e del Papa) in un momento strano e stravolto della vita italiana. In poche ore è accaduto qualcosa che ha cambiato l’umore del Paese. Una tremenda disgrazia in mare (errore dello scafista? Errore del mercantile accorso, una vampata di panico dei disperati migranti stipati nel barcone, in parte storditi dal freddo sul ponte, in parte abbattuti dal caldo nauseante della stiva?), la barca da soccorrere si è rovesciata e quasi tutti (forse 800, uomini e donne, e c’erano anche 50 bambini) sono scivolati in fondo al mare, dove è impossibile trovare persino i corpi. In quel momento è esplosa in Italia una rabbia feroce, una cattiveria che ha perso ogni appartenenza politica e ogni limite. Un vero impeto di violenza, repulsione, rigetto, presa di distanza non contro i persecutori o la guerra. No, contro le vittime, divenute di colpo colpevoli. Queste e quelle che verranno. Non so se un fatto simile sia mai avvenuto. Ma proprio mentre i migranti abbandonati per risparmiare sull’operazione Mare Nostrum sono affogati (come era stato predetto da chi aveva implorato “non fatelo!”) i nostri concittadini hanno cominciato a odiare non l’abolizione dei soccorsi, non il risparmio che equivale (si sapeva, dato il grandissimo numero di salvati) a una serie di condanne capitali. Ha cominciato a odiare i morti, come nelle esecuzioni medievali, in cui la folla urlava insulti al condannato, di cui non sapeva nulla, fino al patibolo.
Per una ragione che forse neppure gli esperti di psichiatria e di comportamenti di massa ha ancora decifrato, la questione “troppi morti in mare”, che avrebbe dovuto portare, almeno nei comportamenti pubblici, lutto, dolore, partecipazione, cordoglio, ha istantaneamente creato tre curve di ultras. Nella prima si chiedeva di creare delle tendopoli “sul posto”, diciamo dalla Somalia alla Libia, impedendo ai fuggiaschi di diventare invasori, inchiodandoli al loro disperato Paese (“è li che bisogna aiutarli”). La seconda, in piedi e scalmanata, avvertiva che i migranti già pronti a venire e già schierati in spiaggia con i bagagli, erano più di un milione (più di un milione!) e avrebbero portato, oltre l’ingente ingombro fisico, le loro malattie (scegliere fra tubercolosi, ebola, scabbia) e il terrorismo. Dunque un danno spaventoso a noi, alla Sindone, all’Expo e alle nostre opere d’arte. La terza ha urlato e continua a urlare la nuova idea: bombardare. Con alcune variazioni: la Libia, i porti, le barche prima che partano.
La ragione che non ha diffuso subito il panico è che siamo governati con fermezza anche un po’ brutale ma efficace, da un “uomo solo al comando” che discute poco, decide subito, ha i suoi consiglieri (anche se non li conosciamo tutti) e dunque eravamo in attesa di vedere, e un po’ anche di ammirare lo scarto fra idee folli da sottocultura Lega Nord-Casa Pound, e un modo serio di fare politica. Prima di tutto, per esempio, esigere la partecipazione al dramma del resto d’Europa. Purtroppo si sono verificati alcuni problemi, alcuni noti a tutti (come la imbarazzante mancanza di autorevolezza della Mogherini, l’Alto Commissario e la vicepresidente d’Europa, come la mancanza di attenzione di un buon numero di governi europei per il governo italiano, ovvero chi poteva non venire non è venuto, e chi è venuto non ha mosso un dito).
E poi nessuno si aspettava che il giovane e nuovo Renzi portasse, come patrimonio della strategia italiana, il programma elettorale di Salvini: il problema non sono i morti, che non richiedono neppure la fatica del seppellimento o lo spazio di un cimitero. Il problema sono i migranti vivi, che non devono arrivare. Il problema dei migranti si risolve stroncando i viaggi (ovvero privarli di una libertà fondamentale) e bloccando il mare, che è una permanente operazione di guerra. Più facile, perché suddiviso in episodi necessari, bombardare la Libia, i porti, le barche. L’idea è comunque il mare chiuso e la sospensione della civiltà. Ovviamente il costo è molto più alto dell’operazione “Mare Nostrum” e certo, nel loro silenzio scettico, i tre annoiati compagni di tavolo di Renzi ci avranno pensato.
E infatti non hanno detto né deciso niente. Ma alla fine, anche per invitare Renzi a concludere, i tre annoiati compagni di “seminario sui morti”, che devono restare morti, nel senso di non far niente per salvare i prossimi, (Francia, Germania, Regno Unito) hanno dato un mandato curioso alla Mogherini: vada in Libia a sondare gli umori tra le varie fazioni, per vedere se vogliono essere bombardati. Francamente non si può non provare solidarietà per questa inadeguata ma volonterosa persona spinta dove non può andare e disperatamente messa alla prova (credo anche con cattiveria) per ciò che non può fare. Ma questa è la nostra politica estera al momento. Ah, ed essere informati mesi dopo della morte in Afghanistan, causa drone male addestrato, di un “coadiuvante” italiano rapito tre anni fa e, per quanto se ne sa, mai cercato.

sabato 25 aprile 2015

La guerra dei droni



È straordinario come basti che un qualsiasi politico appena più garrulo del solito pronunci la parola magica che in televisione, sui giornali, su Internet si scateni la canea dei ripetitori impenitenti e purtroppo impuniti. Impuniti perché il ripetitore seriale di ovvietà o di stupidaggini genera a sua volta una valanga di imitatori, uno peggiore dell’altro. E alla fine nessuno sa chi abbia iniziato e tutti seguono come i famosi topi del pifferaio di Hamelin. Con questa storia delle barche che portano ondate di disperati in fuga c’è solo l’imbarazzo della scelta delle parole sbagliate e inutili o usate a vanvera, ma blocco navale e drone battono tutte. Con drone che vince di gran lunga sia nelle preferenze dei ripetitori seriali che nell’entità delle stupidaggini che riesce a generare.
Naturalmente il novanta per cento di chi dice drone non sa di cosa parla. A cominciare dalla parola stessa che ormai è stata acquisita nel linguaggio comune dell’englitaliano per cui si legge “drone” come è scritto e diventa “droni” al plurale. Ce ne faremo una ragione, anche se riesce ancora difficile capire perché una lingua come la nostra che ha 183.594 parole registrate nel Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia (senza contare quelle contenute negli aggiornamenti del 2004 e del 2009) debba andare a farsene prestare di nuove dagli inglesi che nel loro Oxford English Dictionary  ne registrano “appena” 171.476.
Comunque. Nel racconto fantastico di politici arruffoni e giornalisti approssimativi il drone, assurto a feticcio, ha due caratteristiche: può fare tutto ma soprattutto è invincibile e non sbaglia un colpo.
Ci sono cento barconi da distruggere? Zack, zack e bi-zack. Pulvis es et in pulverem reverteris.
Naturalmente chi ci fornisca i mitici droni non si sa. L’Italia, che è uno dei primi e maggiori operatori europei di Uav (Unmanned Aerial Vehicles) o Apr (Aeromobili a pilotaggio remoto) nella vulgata italiana, ne ha dodici rigorosamente disarmati non perché siamo pacifisti (che stupidaggine!) ma perché gli americani non ci danno il permesso di montarvi le armi. Gli inglesi lo possono fare, noi no. Essere alleati dà dei vantaggi che non sono necessariamente estesi ai maggiordomi anche se li fanno accomodare nello studio ovale e gli si rivolgono con un confidenziale “Matteo”.
Ma ammettiamo per un momento di averle queste armi. Parliamo dei missili Hellfire, nati come controcarri lanciati da elicottero, hanno trovato una seconda vita riciclati come cancellatori di alqaedisti/jihaddisti da bordo degli Uav americani e inglesi. Se li avessimo e li potessimo sparare contro i barconi si porrebbe subito un bel problema. Quanti ce ne vogliono? Quanto ci costerebbero? Ammettendo che ogni tiro sia un centro (neppure Guglielmo Tell sarebbe sicuro di fare cento centri con cento colpi) parliamo di decine, forse centinaia di missili. Barconi, barchette, gommoni, pescherecci: ne salpano decine al giorno e non solo dalla Libia. E ogni missile costa quasi 6700 dollari, non proprio bruscolini. E quanto tempo impiegheremmo per fare piazza pulita di ogni possibile bersaglio? Mesi, forse, considerando che un Apr armato porta al massimo 2 o 4 missili. E nel frattempo, in attesa della soluzione finale per i barconi, se la genialissima idea di usare i droni come li chiamano, passasse, cosa dovremmo fare? Chiedere ai trasportatori di astenersi? Di non procurarsi nuove barche? Ditecelo per favore. Siamo curiosi.
Costose, ma senza rischi, le missioni. Dicono. Nessun pilota andrà perso o catturato. Loro stanno seduti a qualche migliaio o centinaio di chilometri. Gli italiani sono nella base “Luigi Rovelli” di Amendola a due passi dal Gargano e a un tiro di schioppo dalle spiagge dell’Adriatico. Sembra un videogioco, come racconta qualche rara testimonianza di chi vi ha operato, e come tutti i videogame la realtà non è fisica, è virtuale, è una telecamera che rimanda immagini più o meno nitide. È come in tutti i videogiochi chi spara non sbaglia mai. Almeno questo è quello che ci raccontano: laser, satelliti, telecamere che vedono di notte e di giorno tutto parla di un’invincibile precisione. Peccato che il punto di vista di quelli che stanno dall’altra parte del missile non sia esattamente lo stesso. Senza citare il povero Lo Porto ammazzato non dai suoi rapitori ma da un missile dei suoi liberatori putativi, i morti “collaterali” fatti dai velivoli a pilotaggio remoto americani in questi anni sono stati centinaia, forse migliaia. Un articolo apparso qualche mese fa sul britannico Guardian che cita dati di Reprieve, un’organizzazione inglese di difesa dei diritti umani, rivela come per eliminare appena 41 “bersagli” distribuiti tra Yemen e Pakistan, gli Apr americani abbiano lanciato centinaia di missili uccidendo 1147 civili, comprese donne e bambini. Quasi 29 ammazzati per ogni presunto terrorista. Ad esempio, per uccidere il capo talebano Baitullah Mehsud sono servite sette missioni e sono state uccise 164 persone, oltre al bersaglio. Per Qari Hussain, ucciso il 7 ottobre 2010, sono stati necessari 6 bombardamenti e 128 morti. Naturalmente una parte dei 41 “bersagli” è ancora viva e vegeta nonostante gli attacchi. Ayman al-Zawahiri, attuale capo di al Qaeda, è vivo nonostante almeno due attacchi con i droni e 105 “collaterali” uccisi. Oppure Nasser Abdel Karim al Wuhayshi, leader della stessa al Qaida nello Yemen, che è stato preso di mira due volte inutilmente ma uccidendo in compenso altre 38 persone. Tanto per confermare la precisione e l’affidabilità dei droni.
Sono tanti i fattori che impattano sulla precisione e efficacia degli Apr. L’intelligence, in primis. Difficile essere certi di che cosa si trovi qualche chilometro più in basso se ci si affida solo alle telecamere o alle intercettazioni radio. Ancora più difficile se chi lancia i missili sta a settemila chilometri di distanza, come nel caso dei piloti americani. Dirigono le loro armi dalla Creech Air Force Base nel deserto del Nevada vicino Las Vegas. Qui si trovano il 432nd e il 732nd Operations Group da cui dipendono tutti gli Apr statunitensi. E da qui operano anche i piloti del 39 Squadron della Raf britannica che controllano i droni armati Reaper. Essere così lontani dall’aereo che si controlla comporta anche non pochi problemi di coordinamento. Un comando impiega alcuni secondi ad arrivare all’aereo e viceversa. Il segnale, che passa su un satellite, deve viaggiare per 72mila chilometri. L’effetto è quello di certe dirette tv, con silenzi lunghissimi tra domanda e risposta. Immaginate la pausa applicata ad un obiettivo che magari è in movimento. Quando il missile arriva il bersaglio è già altrove. Chi ammazzerà il missile?
E comunque la favoletta della guerra a distanza pulita è una pura e semplice storia fabbricata per intossicare l’opinione pubblica e farle credere che ci possano essere delle buone uccisioni, dei Good Kill come si intitola il film di Andrew Niccol che racconta le giornate di questi uomini nell’ombra. E come vi potrà confermare Raymond Bryant, un operatore americano di droni che dopo oltre 1600 missioni di morte è stato congedato con un Ptsd (disturbo post traumatico da stress), una sindrome psichiatrica che di solito colpisce i combattenti. Ma reale o virtuale, per il cervello l’immagine della morte si sovrappone. E per chi si trova al centro del reticolo di mira, la morte ha lo stesso odore che sia sporca o pulita.

venerdì 24 aprile 2015

La "Disunione Europea"



Se i 10 punti del piano-Ue per fronteggiare le stragi del Mediterraneo, fossero stati davvero risolutivi, potete giurarci: sarebbero già stati operativi. Il problema invece è un altro: l’Euro-blob istituzionale ha deciso, tanto per cambiare, di non decidere. Triton non si tocca e la questione dei richiedenti asilo è solo di ordine pubblico e di controllo delle frontiere esterne; poi, le domande d’asilo dovranno essere valutate più in fretta, e per tutti, dai doganieri del solito sud Europa di Italia, Grecia e Spagna; infine bisogna distruggere le navi degli scafisti, bloccare i migranti all’altezza del Niger. E magari, suggerisce Renzi, anche intervenire militarmente in Libia. Un bel capolavoro: siamo di fronte alla più grave crisi umanitaria dal dopoguerra e le cancellerie d’Europa che dicono? “Tranquilli, ci pensiamo noi a piombare le fessure della fortezza” ma senza dire una parola sul disastro umanitario, sulle vite spezzate, sul sangue che ha sporcato il Mediterraneo; per quelle basta il minuto di silenzio.
E invece il problema sono proprio gli Stati, ostaggio di opportunismi e stupidologia istituzionale. Volete due esempi? Regno Unito: sì agli aiuti, no ai migranti. Tanto l’agenda della campagna elettorale la detta Farage ed i richiedenti asilo non portano un voto (al massimo ne fanno perdere) e poi c’è l’Olanda, messa in scacco da 160, dico 160, richiedenti asilo. Il governo lib-lab c’è quasi caduto per decidere se è violazione dei diritti umani o meno, dare un pasto ed una doccia a gente senza documenti. Poi ha deciso: aiuti solo a chi se ne va. E tante grazie dal mercato di uomini, che fiorente fa affari d’oro dal Baltico al Mediterraneo: libera circolazione di schiavi, questi ultimi, cornuti (per tutto il denaro che sborsano per arrivare in Europa) e mazziati (perché le loro sorti sono condizionate dal calcolo di illustri statisti del calibro di Farage, Salvini, Wilders, Le Pen etc.).
Fino al 2008, gli sbarchi rappresentavano solo il 12% degli arrivi via mare e per quanto il numero di sbarchi sia da allora raddoppiato in cifre assolute, parliamo pur sempre di piccole percentuali. Questo vuol dire che una normativa chiara e ragionevole, avrebbe evitato tragedie e la tratta di esseri umani. E invece ci troviamo con Fabrice Leggeri, capo di Frontex che dice “salvare i migranti non è una nostra priorità”. Probabilmente manca di tatto ma non ha tutti i torti: l’agenzia fa ciò che la politica dice di fare. E la politica non vuole sporcarsi le mani con i rifugiati, convinta che respingimenti e blocchi navali, filo spinato di mare insomma, a difesa dell’euro-bunker servano a dimenticare ciò che accade, quasi a vista, a sud delle nostre coste.
Su questo dimostrano di non aver capito nulla: nessuno fermerà chi scappa da fame e conflitti, nessuno. Non ci riusciranno le schifezze scritte (in orario d’ufficio) dai nazi-zombie senz’anima, senza cervello e senza cuore che pendono dalle labbra del Salvini di turno, non ci riusciranno leggi draconiane e non ci riuscirà nessuna nave con licenza di respingere. Quelli che si imbarcano in Libia hanno attraversato deserti, montagne, paludi e foreste, sono stati picchiati, derubati, torturati; hanno rischiato il tifo ed ogni genere di malattia gastro-intestinale per aver mangiato cibo avariato o bevuto acqua non potabile e stipati come bestie, sono saliti su una carretta con il rischio di non scendere vivi; con questa gente, nella stragrande maggioranza dei casi inerme e vulnerabile, se la prende Salvini schiumante di rabbia e l’euro-burocrazia delle chiacchiere a vuoto, senza rendersi conto che la tragedia dei richiedenti asilo del Mediterraneo è un conto che la storia sta presentando alla vecchia Europa. Un conto che, prima o poi, dovremo pagare.



giovedì 23 aprile 2015

La rivoluzione del divorzio breve



Il divorzio breve è legge e sarà operativo anche per i procedimenti in corso. L’aula della Camera ha approvato in seconda lettura e in via definitiva il disegno di legge che è ora pronto per essere pubblicato sulla Gazzetta ufficiale e diventare legge. I voti favorevoli sono stati 398, i contrari 28, gli astenuti 6. A votare a favore insieme alla maggioranza sono stati anche Forza Italia – che ha sottolineato di avere lasciato libertà di scelta ai singoli deputati – Sel, Alternativa libera, Movimento 5 stelle. La Lega Nord, che si è invece dichiarata contraria, ha lasciato libertà di coscienza.
Dopo il sì del Senato, anche la Camera si è quindi espressa favorevolmente. Il ddl approvato prevede che per le richieste di divorzio “consensuale” serviranno 6 mesi, mentre lo scioglimento del matrimonio con ricorso al giudice necessiterà di un anno rispetto ai 3 fino ad ora necessari. Tra le novità la decorrenza del tempo: non partirà dalla prima udienza di fronte al presidente del tribunale, ma dal deposito della domanda di divorzio. Nuove indicazioni anche sull’affidamento dei figli e il loro mantenimento: la sentenza del giudice varrà anche dopo l’estinzione del processo, fino alla sostituzione da un altro provvedimento emesso per ricorso. Sono previste modifiche anche sul fronte della separazione dei beni. Il ddl prevede che la comunione venga meno già nel momento in cui il giudice autorizza la coppia a vivere separata. Il divorzio breve, come già menzionato, sarà operativo anche per i procedimenti in corso.
La proposta di legge sul divorzio breve era all’esame del Parlamento da quasi due anni. Durante il passaggio al Senato, dopo un lungo dibattito durato più di 7 ore, è stata stralciata la norma sul “divorzio lampo“ introdotta durante il passaggio in commissione Giustizia. La procedura di divorzio immediato, se approvata, avrebbe consentito di ottenere il divorzio in 6 mesi, a patto che la richiesta di separazione fosse stata consensuale e a condizione che i due coniugi non avessero avuto figli minori, figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave o figli di età inferiore ai 26 anni economicamente non autosufficienti. La relatrice del ddl al Senato, Rosanna Filippin (Pd), ha intenzione di riproporre il divorzio diretto in una legge a sé.
Alessia Morani (Pd), relatrice del ddl sul divorzio breve, ha espresso la sua soddisfazione su Twitter: “Il divorzio breve è legge. L’avevamo detto, l’abbiamo fatto. Questo Paese lo cambiamo davvero #cosefatte #cosegiuste #lavoltabuona”. Anche Luca D’Alessandro, co-relatore con Alessia Morani, ha commentato sul social: “Il divorzio è breve! Approvata definitivamente la legge. La politica dei fatti e non delle parole”. Matteo Renzi ha twittato: “Il #divorziobreve è legge. Un altro impegno mantenuto. Avanti, è #lavoltabuona”. Il Pd è soddisfatto del risultato e Barbara Pollastrini ha scritto in una nota: “Il divorzio breve è legge dello Stato! Un passo importante nella civiltà del diritto, per il rispetto delle persone e della cultura del Paese”.  Area popolare si è espressa positivamente sulla legge e Dorina Bianchi ha specificato in aula: “Ridurre i tempi per il divorzio è un atto importante, perché risponde in modo adeguato ad una richiesta della nostra società”. Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, non è stata dello stesso parere: “Voto contro il ddl sul divorzio breve: no al matrimonio usa e getta soprattutto in presenza di figli. I bambini non sono un dettaglio: vanno tutelati sempre”. Anna Finocchiaro, presidente della commissione Affari Costituzionali, ha commentato: “Non è una scelta di leggerezza ma una scelta di responsabilità. Il divorzio breve è dunque una pagina di civiltà che ci incoraggia a proseguire sul cammino delle riforme che riguardano i diritti delle persone”. Giuseppe Marinello, presidente della commissione Ambiente del Senato (Ap) ha usato parole dure: “Con il divorzio breve il Parlamento oggi ha delegittimato e banalizzato il matrimonio tra uomo e donna, quasi rendendolo ridicolo. Se questa è civiltà, non posso che prendere le distanze da un provvedimento di legge di cui mi vergogno come parlamentare e come senatore del Nuovo Centrodestra”.
Famiglia Cristiana ha per ora commentato sul proprio sito la nuova legge sul divorzio breve: “Il Parlamento ha offerto una prova di forza trasversale a danno, ancora una volta, della famiglia. Ridurre il matrimonio a qualcosa di sempre più simile a un patto elastico di convivenza, che si può sciogliere in brevissimo tempo e con estrema facilità, è un pericolo per tutti a cominciare dai figli, le vere vittime di questi casi. A parole tutti i politici affermano di voler difendere la famiglia ma purtroppo si legifera in senso esattamente contrario come dimostra questa riforma”.

mercoledì 22 aprile 2015

La strategia di Renzi



C'è ansia nelle segreterie dei partiti per capire quali saranno le prossime mosse del Presidente del Consiglio. La sostituzione avvenuta ieri all'interno della Commissione Affari Costituzionali della Camera dei dieci "dissidenti" della minoranza PD, ha provocato una reazione violenta da parte delle opposizioni. Probabilmente non ci sono precedenti nella storia repubblicana del nostro paese. Neppure Berlusconi, durante il suo ventennio di potere, si era mai spinto a tanto. Ad onor del vero, c'è da dire che, non solo nel partito di Berlusconi, ma in un tutto il centrodestra, non c'è mai stata alcuna minoranza. Le truppe cammellate del Cavaliere sono sempre state fedeli e nessuno si è mai permesso di uscire fuori dal coro contestando il verbum del Capo.
Renzi ormai sta puntando dritto al voto in aula, dove potrebbe esserci la conta, una sorta di Armageddon finale che deciderà non solo le sorti dell'attuale governo, ma molto probabilmente anche quelle della legislatura.
E' lecito ora chiedersi fino a che punto sono disposti a spingersi Bersani e compagni.
Renzi ormai non può più tornare indietro. Il tempo dei ripensamenti è scaduto. Non accoglierà le richieste della minoranza per due motivi: primo ormai è tardi e l'uomo "mediatico" Renzi non può permettersi gesti di debolezza o di improvvisi dietrofront dell'ultimo momento; secondo Renzi ha bisogno di portare a casa la legge elettorale per rafforzare ulteriormente la sua leadership e dimostrare agli scettici che il suo è veramente "il governo del fare" e delle riforme.
Cosa farà quindi la minoranza? Porterà fino in fondo le sue minacce facendo cadere il governo?
Non credo. Bersani e compagni sono consapevoli che assumersi la responsabilità di far cadere un governo guidato dal loro leader avrebbe un effetto devastante sulla base. Inoltre sanno perfettamente che in caso di elezioni anticipate, la schiacciante maggioranza renziana all'interno dell'Assemblea del PD imporrà candidature "amiche". La minoranza rischierebbe di dissolversi. Bersani, Cuperlo, Civati probabilmente andrebbero a casa.
Anche in caso di voto segreto, io credo che la legge passerebbe. In questo momento anche il centrodestra è lacerato da polemiche interne, da divisioni intestine tra le sue varie componenti e non ha alcun interesse ad andare ora al voto in queste condizioni.
Senza considerare tutti i peones che non hanno nessuna intenzione di mollare ora la propria poltrona.
Ma uno come Razzi chi lo candiderebbe in una eventuale nuova tornata elettorale?
E quindi allora, cosa accadrà? Io credo che l'Italicum verrà approvato senza modifiche, lasciando però morti e feriti.
E sarà a quel punto che la minoranza PD dovrà decidere se sancire la propria inutilità o dare vita a un nuovo soggetto politico.
Ormai deve farsi una ragione del fatto che nel PD di Renzi non c'è più posto per i postcomunisti nostalgici di occhettiana memoria.
  

LA NOTTE DELLA UNO BIANCA